la radio uabab #99

Radio Sonora
la radio uabab #99
lunedì 18 maggio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 20 maggio ore 17,00)

front(1849)
Annabel (lee)
By the sea… and other solitary places (If Music/Ninja Tunes, 2015)
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Legacy Recordings Leonard Cohen AlbumField Commander Cohen (Live at Denver Soundcheck, 2012)
Leonard Cohen
Can’t Forget: A Souvenir of the Grand Tour (Sony, 2015)
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Invierno Porteno
Susan Alcorn
Soledad (Relative Pitch Records, 2015)
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JoséJames_H1_10_03_1What A Little Moonlight Can Do
José James
Yesterday I Had The Blues: The Music of Billie Holiday (Blue Note, 2015)
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Pt. V (Live At Kioi Hall, Tokyo : 2014)


Pt. V (Live At Kioi Hall, Tokyo / 2014)
Keith Jarrett
Creation (ECM, 2015)
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la radio uabab #98

Radio Sonora
la radio uabab #98
lunedì 11 maggio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 13 maggio ore 17,00)

HIT
Zatlath Aithas
Heroin In Tahiti
Sun and Violence (Boring Machines, 2015)
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Paul-De-Jong-IF-300x300
Age Of The Sea
Paul De Jong
IF (Temporary Residence Ltd., 2015)
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folder2-300x300
Devils
Aye Aye
Aye Aye (Richie Records / TestosterTunes, 2015)
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connors-airs
Airs 4 / Airs 9
Loren Connors
Airs (Recital Program, 2015)
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cover-300x300


Aslan Sütü (Santé, Vieux-Monde!)
Oiseaux-Tempête
Ütopiya? (Sub Rosa, 2015)
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Annabel (lee)
By the sea… and other solitary places

qualche sera fa, durante una cena familiare, cercavo di convincere una quattordicenne a leggere Edgar Allan Poe adducendo ragioni che ritenevo valide o semplicemente perpetrando il desiderio di far conoscere ad altri ciò che un tempo mi colpì. ma nella discussione ho dimenticato di esporre la motivazione più importante: Edgar Allan Poe non è più da tempo soltanto un scrittore ma un paradigma di uno stato d’animo, di una condizione psico-fisica, di un mood dai contorni sfumati eppur così riconoscibile in quell’amalgama di mistero, paura e scura spiritualità. ed è forse per questo che bisognerebbe incontrarlo.
ci si mette sempre di mezzo il caso (a volergli proprio credere) e neppure qualche ora dopo quella cena, e dopo aver ottenuto la mezza vittoria di appoggiare i Racconti di Poe sul comodino dell’interessata, mi capita fra le orecchie un disco con una ragione sociale che riconduceva inequivocabilmente allo scrittore americano.

AnnabelLeeandRichardE-NoahMassey

Annabel (lee) è il nome scelto da un duo transoceanico che vede lui, Richard E, nelle vesti di produttore e mutistrumentista d’istanza a Londra (ma nativo dello Yorkshire), e lei, Annabel, vocalist afroamericana in movimento (come un pendolo senza pozzo) fra New York e Los Angeles. Annabel Lee è anche il titolo dell’ultimo poema scritto da Poe prima della sua scomparsa, poema amoroso che accompagna l’amata dalla passione giovanile fino alla sua dipartita (Annabel Lee, 1849). è la stessa Annabel (la vocalist) a spiegare le ragioni del nome del duo raccontando di una passione adolescenziale per la poesia romantica classica, poesia mandata a memoria e recitata fino a condurla in uno stato sognante ed etereo.

annabelleerichardei due si incontrano via myspace (ricordate?) e iniziano a collaborare sin dal 2010 fra una sponda e l’altra dell’Atlantico: i primi brani sono un poco fuori fuoco (e fuori tempo massimo) vagheggiando fra il jazz elettrico (scipitamente spirituale) e la lounge d’ambiente sintetico di un tempo che fu (ascoltare My Mystake per credere). col tempo comprendono che la passione adolescenziale di Annabel può avere una ragione (espressiva) d’essere e di seguito entrano nelle grazie di Jean-Claude Thompson (proprietario del negozio di dischi londinese If Music oltre ché trentennale talent scout e promotore dell’iniziativa SaveSoho a sostegno delle attività culturali e viniliche del celebre quartiere inglese). è grazie a lui che prende forma il debutto del duo licenziato dalla Ninja Tune in concomitanza del Record Store Day scorso.

front

By the sea… and other solitary places (IF Music/Ninja Tunes, 2015) evoca Edgar Allan Poe sin dalla copertina e certamente dal titolo (It was many and many years ago, In a kingdom by the sea…); ed una volta dato principio all’ascolto si può esser certi di essere giunti nel vestibolo di casa Poe (o Husher).
atmosfere trasognate, ipnotiche, oniriche, come se provenissero da grammofoni dimenticati: il desueto termine hauntology rispolverato e abitato dai fantasmi di memorie e da afflati remoti. la voce di Annabel non è immediatamente indimenticabile ma nell’ascolto del disco ci si rende conto che pare cantare in un vago stato di sonnanbulismo, come in preda ad un incantesimo privo di calde emozioni o picchi di pathos. una voce che si sdoppia, che sussurra, che declama trasognata e si appoggia su svenevolezze d’orchestra, arpeggi folk e echi lontani.
voci di sirene, fruscii di vestaglie, polveri gallegianti nell’aere e decadenze: ingredienti romantici a corredo di un’idea antica, di un’epoca passata ed immaginata per fotogrammi, oggetti in disuso o lettere di un amore che è sopravvissuto per iscritto agli amanti.

un autunno perenne che pare ciondolare fra alba e crespuscolo, l’autunno dei luoghi solitari (del titolo) e remoti, uno spleen spalmabile da indossare come lana infeltrita.
(1849) è la traccia che da sola vale il prezzo del biglietto: l’anno 1849 è contemporaneamente quello in cui fu scritto il poema Annabel Lee e quello della misteriosa morte di Poe. il brano arranca su un brandello di pianoforte ripetuto a vanvera da un grammofono incagliato, polvere ovunque, un contrabbasso illuminato, nastri che procedono a rovescio, orchestre che svolazzano melensaggini ed un flauto che fa da controcanto alle voci (raddoppiate) di Annabel finalmente libera di transumanare ben oltre lo stato di trance.
fuori stagione, fuori tempo e fuori contesto: insomma un piccolo disco imperdibile da condurre presso il mare sonante o in altri vuoti luoghi ameni. buon ascolto.

And so, all the night-tide, I lie down by the side
   Of my darling—my darling—my life and my bride,
   In her sepulchre there by the sea—
   In her tomb by the sounding sea.
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la radio uabab #97

Radio Sonora
la radio uabab #97
lunedì 4 maggio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 6 maggio ore 17,00)

Violent-Femmes-Happy-New-Year-297x300
Good For / At Nothing
Violent Femmes
Happy New Year EP (Record Store Day, 2015)
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Blur-The-Magic-Whip-300x296
Ghost Ship
Blur
The Magic Whip (Parlophone, 2015)
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Know-America-300x300
Safe Harbor
Obnox
Know America (Ever/Never, 2015)
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folder2-300x300
Taken By The Night
Jeremiah Jae & L’Orange
The Night Took Us In Like Family (Mello Music Group, 2015)
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Pyramid-Vritra-–-Dānu-300x300
Dānu
Pyramid Vritra
Dānu (NRK/The Order, 2015)
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Tomas-Fujiwara-The-Hook-Up-300x300
Lastly
Tomas Fuijiwara & The Hook Up
After All Is Said (482 Music, 2015)
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Loren Connors
Airs

contestualizzare temporalmente le vicende delle umane faccende è materia per gli storici e per coloro che amano viaggiare a ritroso; contestualizzare temporalmente la musica è vicenda assai meno importante è sfuggente per mancanza di documentazioni certe, per la stessa natura evanescente della musica e per l’impossibilità di cancellare a ritroso la stratificazione dei suoni e delle memorie che hanno generato.
mi rendo conto di essere fumoso e di scervellarmi attorno ad un (non)problema trascurabile, ma è un tarlo che mi cruccia e che mi fa pensare nei tempi persi di questo nostro perder tempo. che effetto deve aver fatto ascoltare Chega de Saudade nell’estate del 1958? quale il carico di immanente trascendenza nell’ascoltare Are You Experienced nell’estate floreale del 1967? oppure: ero conscio dell’immensa solitudine rimbombante che fuoriusciva da Nebraska di Springsteen in quel 1982 che mi vedeva tredicenne implume?
il tempo scorre e non si ha certo la pretesa di fermarlo né tanto meno riavvolgerlo, ma spolverarlo sì, alleggerirlo di quella coltre di senso che si accumula (o si svuota) attorno alle musiche, che le determina di senso, storicizzandole e facendole perdere la vergine vertigine del debutto che fu e che più non sarà. inventeranno una app probabilmente, un complesso algoritmo che riporti il nostro grado di sapere e di cognizione tecnologica ad una data antecedente (mappata e indicizzata) riaggiornandoci a capacità e competenze che credevamo superate: ma nell’attesa di questa epifania turistico-temporale lo sforzo di ritornare indietro nel tempo (quello prossimo: mica si chiedono i miracoli) tocca tutto a noi, alle nostre capacità e ai nostri desideri.

Connors

il 1999 per esempio, visto da questo qui e ora, appare lontanissimo: eppure sono solamente quindici anni addietro. se si pensa a quanta musica si è ascoltata in questi anni, al come la si è ascoltata e come siano mutate le modalità di fruizione e di conservazione pare di parlare del secolo scorso (e in realtà è così). in questo presente caotico in cui tutto si affastella e succede contemporaneamente, in questi istanti saturi di cose assolutamente importanti e prescindibili assieme, ripensare al 1999 è quasi uno sforzo impossibile.
era il 1999 quando Loren Connors registrava su cassetta (con l’ausilio di un registratore a quattro piste) la sua chitarra elettrica (processata da gentili delay) spronata nell’esercizio meditativo di comporre una ventina di improvvisazioni aeree e fragili.

connors-airsda quella cassetta ne nacque un disco uscito per la Read Cone nell’ottobre del 1999 su cui la coltre del tempo pose il suo manto d’oblio indifferente. una specie di lungo letargo in cui il disco è rimasto nella sua immobile fragilità (sarebbe bello pensare si affinasse come il vino) ad attendere che la nostra consapevolezza di quindici anni dopo ne comprendesse la portata essenziale e delicata. una rimasterizzazione ad opera di Taylor Dupree, la scoperta di una traccia perduta (e quindi aggiunta) e la ripubblicazione ad opera della Recital Program nella primavera di quest’anno.
arie (appunto), bozzetti, delicate improvvisazioni armoniche che paiono tormentarsi attorno ad una medesima sequenza melodica. rarefazioni, dilatazioni che guardavano alla storia della musica mentre fuori dalla finestra imperversava il post-rock. Loren Connors (allora cinquantenne) pareva lontano dal suo tempo così come lo è oggi dal nostro, in una specie di solitudine raminga da nutrire di improvvisazione e paesaggi sonori nei quali rifugiarsi. non so se più facile (ri)attualizzare queste musiche ad un sentire odierno e consapevole o compiere lo sforzo di carpirne la portata innovativa aggiornata a quel 1999.
nell’attesa di fenomenologie tecnologiche che ci spostino (avanti e indietro) nel tempo io consiglio di curare la sempiterna (beata) solitudine con balsami chitarristici distillati da un cane sciolto a cui il tempo, le mie ciancie e le idiozie che sono in grado di elucubrare poco importano. buon ascolto

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la radio uabab #96

Radio Sonora
la radio uabab #96
lunedì 27 aprile 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 29 aprile ore 17,00)

Lost Memory Act-2
Summoning Rhymes
Jun Miyake
Lost Memory Theatre – act-2 (Yellowbird/Enja, 2015)
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front
Morning Sun
Holly Herndon
Platform (4AD, 2015)
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cove
Askim (excerpt)
Kamasi Washington
The Epic (Brainfeeder, 2015)
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Bird Under Water
aey na balam
Arooj Aftab
Bird Under Water (aroojaftab.bandcamp.com, 2015)
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Adana Vardan Hovanissian, Emre Gültekin
Sevdal Gunler (feat. Ertan Tekin)
Vardan Hovanissian & Emre Gültekin
Adana (Muziekpublique, 2015)
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la radio uabab #95

Radio Sonora
la radio uabab #95
lunedì 20 aprile 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 22 aprile ore 17,00)

Jeff_Bridges_Sleeping_Tapes
Feeling Good
Jeff Bridges
Sleeping Tapes (Squarespace, 2015)
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folderMina Feia
Seu Jorge
Músicas Para Churrasco Vol.2 (Cafuné Produções / Universal, 2015)
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Tempo & Magma
Muloloki
Tiganá Santana
Tempo & Magma (Ajabu!, 2015)
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Blick Bassy - Akö
Aké
Blick Bassy
Akö (No Format, 2015)
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(1969) Chico Buarque Na Itália
Far Niente
Chico Buarque
Chico Buarque Na Itália (Rio Gráfica Editora, 1969)
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Jeff_Bridges_Sleeping_Tapes
Hummmmmm

Jeff Bridges
Sleeping Tapes (Squarespace, 2015)
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Young Fathers
White Men Are Black Men Too
di Nicola Altieri

Ad ognuno di noi sarà capitato, almeno una volta, di provare un misto di fascinazione ed invidia per quei ragazzi che a scuola stavano in disparte, lontano da tutto e tutti, antipatici, scorbutici, fieri della loro diversità, i perdenti di una gara in cui gareggiavano tutti ma in cui nessuno ha mai saputo cosa si vincesse davvero. Ad ognuno di noi sarà capitato, almeno una volta, di pensare che in quella solitudine, in quello stare ai margini, ci fosse un segreto celato, una sconfitta più sensuale ed intensa di qualsiasi vittoria. A qualcuno di noi sarà anche capitato di essere uno di quegli scorbutici, antipatici e aggiungeteci tanti altri epiteti offensivi.

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Gli Young Fathers sono giovani, per l’appunto, ma si portano dentro e dietro un bel po’ di storie oltre che un bell’intruglio di sangue nelle vene e vari colori sulla pelle. Gli Young Fathers sono scozzesi e sono anche un mucchio di altre cose. Agli Young Fathers non importa (quasi) di nulla, soprattutto di quello che si possa pensare o dire di loro. Una cosa gli sta a cuore: afferrarlo questo cuore, tenendolo ben saldo e stretto in mano, e lanciarlo con forza dritto in faccia all’ascoltatore, assieme ad un bel po’ di bile e sudore.
Se non volete litigare con gli Young Fathers forse sarebbe meglio non parlarci, se non volete avere risposte al vetriolo forse sarebbe meglio non fargli domande, se volete essere rassicurati e cullati dovreste assolutamente dirigere le vostre orecchie altrove.

YoungFathers2

Sono apparsi qualche anno fa con dei mixtape che hanno acceso subito l’interesse di molti. Talento immenso, tante idee gettate in un calderone informe, futuro potenzialmente radioso. Un futuro concretizzatosi con un disco d’esordio intitolato “morte” (Dead Anticon/Big Dada, 2014) in cui sembrava di sentire gli Anti Pop Consortium ubriachi, ma tutto sommato presi bene, giocare alla playstation con King Krule e Mike Skinner durante un party in cui ballano tutti, anche loro sul divano mentre giocano. Un bel disco, più in alcuni singoli passaggi che nell’insieme, un disco che gli è valso, un po’ a sorpresa, la vittoria di una delle edizione qualitativamente più alte nella storia del sempre pregevole Mercury Prize. Tornano ora dopo appena un anno ed è subito polemica, come se non fosse bastata quella generata al ritiro del suddetto premio in cui offesero i più e non salutarono i restanti. Il titolo del nuovo disco è White Men Are Black Men Too (Big Dada, 2015) roba da fargli litigare perfino con il proprio manager che voleva evitarsi le inevitabili rogne e gogne mediatiche ma loro no, loro lo scontro lo cercano, lo inseguono, a loro non importa nulla di far contento qualcuno, loro vogliono smuovere qualcuno e poco importa se per farlo tocca farsi dei nemici.

cover

Con un caratterino del genere e le storie che si portano dietro la loro musica non può che essere quello che è, un gran casino. White Men Are Black People Too non è altri che il precedente Dead che, una volta finito il party di cui sopra, si ritira verso casa con l’inevitabile dopo sbornia con cui dover fare i conti ed i mille pensieri, tra il malinconico ed il riottoso, che affollano la mente di chi si è preso diverse pinte di vantaggio dal resto del mondo.

Negli Stati Uniti, in questi tempi, c’è chi prova a ridefinire le regole del mercato discografico morente, in UK invece c’è chi riscrive nei fatti le regole del fare pop music. King Crule, FKA Twigs e gli Young Fathers non sono altro che facce diverse di un meticciato personale, prima ancora che culturale, che è tale perché nella normalità dell’approccio alla vita di tutti i giorni, non frutto di una precisa scelta artistica. White Men Are Black People too è un disco prodotto male, suonato peggio e praticamente non mixato e con il cantato che a tratti sembra esser stato registrato in una delle stanze del party di cui sopra. Un disco punk nell’attitudine più che nei suoni, con cuore ed intensità da poterli vendere al mercato per settimane, qualunque mercato, che sia un souk o un pakistano dell’East London. Suoni mescolati, shakerati, bevuti e risputati fuori, un rantolare unico e personale, musica politica nel raccontare la straordinaria normalità di chi non guarda più in là dei prossimi 30 minuti ma non dimentica nulla di quanto accaduto prima. Gli Young Fathers restano senza una direzione precisa, irrisolti, inconcludenti, spaesati persino di fronte a loro stessi, irrimediabilmente ed amabilmente anarchici, insofferenti a tutto e tutti, con un magone sempre presente sulla punta di ogni accenno di sorriso eppure con una vibrazione ed una tensione continua, costante e riconoscibile. La traduzione musicale di un modo di vivere l’esistenza e per questo assolutamente imprescindibili.

(Nicola Altieri)

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la radio uabab #94

Radio Sonora
la radio uabab #94
lunedì 13 aprile 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 15 aprile ore 17,00)
podcast

Cummi-Flu-Z-300x300
J
Cummi Flu
(Album Label, 2015)
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Front1-300x300
Rhythms Rattle on Deaf Pawns
Mutamassik
Symbols Follow (Discrepant, 2015)
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2062_cascade_sleeve3
Cascade (excerpt)
William Basinski
Cascade (2062, 2015)

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Te Recuerdo Amanda
Paolo Fresu / Daniele Di Bonaventura
In maggiore (ECM, 2015)
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cover
In The Moment

Makaya McCraven
In The Moment (International Anthem, 2015)
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Makaya McCraven
In The Moment

a Chicago esiste un club ricavato dall’ex caveau di una banca, si chiama The Bedford e a giudicare da quanto si può vedere in rete sembra uno di quei lounge bar lussureggianti (e lussuriosi) dove, con fare cinematografico, ci si può appollaiare al bancone per sorseggiare un cocktail degno di tale nome. ma non è tutto: il locale propone anche una cucina ricercata e musica, musica dal vivo.
era il 2013 quando la direzione del Bedford propose a Makaya McCraven di allietare le nottate musicali del locale: uno di quegli ingaggi di lunga durata alla maniera dell’epoca aurea del jazz e dei club dove questa musica si è fatta storia.
Makaya Marcus McCraven è un batterista e produttore residente nella windy city, giovane e con un background ben piantato nella storia del jazz ma con le orecchie rivolte al mondo e alla modernità.

Makaya-McCraven-press-photo-by-Nathan-Michael

inizialmente McCraven propose un trio composto dalla sua batteria, il basso di Matt Ulery e la tromba di Marquis Hill: Dave Vettrainodeus ex machina della Public House Sound Recordings nonché sodale dei tre, era presente nel club sin dal debutto nel gennaio 2013 per accendere i suoi due microfoni panoramici e portare a casa le registrazioni di quelle primissime serate. successivamente Vettraino si dotò di una dozzina di microfoni per catturare l’inestricabile amalgama dei suoni che dal palco si mescolavano con l’ambiente notturno degli avventori, mentre McCraven allargò la cerchia dei musicisti invitati che a date alterne andarono a formare un collettivo ad assetto variabile attorno all’ingaggio del batterista: il bassista Junius Paul, il vibrafonista  Justin “Justefan” Thomas, il chitarrista Jeff Parker, il contrabbassista Joshua Abrams e i due sax di De’Sean Jones e Tony Barba.
28 shows nel medesimo locale spalmati lungo i dodici mesi dell’ingaggio: un totale di quasi 48 ore di musica improvvisata dal vivo e registrata dai microfoni dei Vettraino. una summa sonora che Makaya McCraven ha poi rielaborato a domicilio lungo tutto il 2014 scegliendo, selezionando, impastando, tagliando, creando loop e remixando (assieme a Dave Vettraino) fino a creare 19 brani di “organic beat music”.

coverIn The Moment (International Anthem, 2015) è il frutto di tanto lavoro ed è uno dei frutti più prelibati che ci si possa immaginare di gustare. In The Moment raccoglie musica improvvisata nell’immediatezza del suo realizzarsi (tautologicamente parlando), musica istantanea e capace di “stare sul pezzo” (In The Moment appunto), buona all’uopo e alla circostanza di intrattenere i frequentatori notturni del club, musica di sottofondo (forse), suoni d’ambiente metropolitano con il jazz come orizzonte più ampio e il beating moderno come lingua d’espressione. lo stesso Makaya McCraven la ha definita “organic beat music” è non vi è alcun motivo per contraddirlo: inoltre non è chiaro se questa musica sia vedova di parole o abbia scelto di restarne zitella. musica strumentale che sembra porsi nel bel mezzo dell’eterno dilemma sulla primogenitura dell’uovo e della gallina: è nato prima il beat o l’assenza di un MC, prima il boom-boom-ciak o il flow assente. l’importante è non confonderla con moderna lounge o ancora peggio con chillout algida e meccanica: il suono di Makaya McCraven e dellla sua ganga è umanissimo e caldo, un drumming calante nell’attendere il timing perfetto o crescente nel rincorrere la modernità che risiede da sempre nell’istante: In The Moment appunto!

malgrado le tante ore di registrazioni sonore non sembra purtroppo esservi testimonianza visiva delle notti al club: la privacy dei nightwawks al The Bedford deve essere preservata. ma nello stesso periodo dell’ingaggio nel locale summenzionato un altro prestigioso club cittadino ospitava il gruppo di Makaya McCraven in quelle che possiamo immaginare come date off: il video è tratto da una serata al Constellation nell’ottobre 2014 e il mood musicale non si discosta molto da quello udito nel disco e nelle notti al Bedford.
un volo dal vecchio continente in direzione Chicago si aggira sui 700 euro: e nel mentre si comincia a risparmiare parsimoniosamente… buon ascolto.

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