Norberto Lobo + João Lobo
Oba Loba

è difficile provare a raccontare un disco che sfugge, defilato, non urgente e neppure afflitto dall’ansia di rincorrere chissà quale scena o pressante contemporaneità: un disco pigro, quasi svogliato, sonnolento e letargico, un disco che si potrebbe definire non necessario ed inutile se non fosse che questi due aggettivi, nel mio vocabolario, hanno la nobiltà della bellezza e la benedizione di qualsivoglia curiosità.
difficile parlarne: si potrebbe partire da un’indirizzo di Lisbona, 21 A Rua do Alecrim, dove in un sottoscala sotto al livello stradale si annida un negozio di dischi che per chi è nato nel secolo scorso (e si ricorda i negozi di dischi) è un piccolo mausoleo di memorie e gioie aggrovigliate al ricordo di cercare dischi, annusarli, guardarli, ascoltarli, riconoscersi e significarsi.

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il negozio si chiama Trem Azul, porta il sottotitolo di jazz store, ed è l’evidente traduzione portoghese di Blue Train (se non si fosse ancora capito in che dolci acque si sta navigando): è un luogo sacro (sempre nel mio vocabolario), una specie di aleph di moquette, immaginazione, silenzio e musica meravigliosa e randagia. è insomma un luogo che consiglio di visitare se ci si trovasse da quelle parti (e che non racconterò come fanno i vacanzieri con le diapositive). ma oltre tutto ciò è anche l’indirizzo fiscale dove ha sede sociale l’etichetta Clean Feed che non credo abbia bisogno di grandi presentazioni: ne ha forse bisogno di qualcuna in più la (sotto)etichetta concepita sotto l’ombrello protettivo della Clean Feed che porta il nome di Shhpuma Records nata con l’intento di testimoniare la fervente scena nazionale portoghese (beyond, below and above the jazz! come dicono loro). l’indirizzo postale è sempre il medesimo, ça va sans dire.

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ad oggi l’etichetta conta una dozzina abbondante di titoli in catalogo fra i quali splende il nuovo disco dei fratelli Norberto Lobo e João Lobo: chitarrista organico e sperimentale il primo, batterista il secondo. due nomi già annotati sui taccuini più attenti; nel 2013 un disco in famiglia (nello stretto giro della fratellanza) dal titolo Mogul de Jade (Mbari) dove sperimentalismi e lirismi accerchiavano una visione trasversale della tradizione patrìa. il nuovo disco a nome del duo vede invece allargarsi la cerchia degli amici e dei sodali che si sono ritrovati nello studio belga (Studio Grez) del pianista Giovanni Di Domenico: assieme a loro Ananta Roosens (violino, tromba, voce), Jordi Grognard (clarinetti e voci), Lynn Cassiers (voce, elettronica e woodblock). un sestetto europeo ed eterogeneo che ha visto la collaborazione in studio anche di Niels Van Heertum (euphonium), Daniele Martini (sax tenore) e di Gregoire Tirtiaux (batterie, arpa e voci).
un’ensemble cameristico sgangherato e continentale che ha dato voce alle composizioni polifoniche dei fratelli Lobo in libera uscita randagia e migrante fuori dal Portogallo e dentro quest’Europa che fatica a riconoscersi ed annusarsi nei palazzi di Bruxelles ma che ha già senso di esistere nelle sensibilità di chi vive questa fratellanza (più ampia) fra incontri, scambi, riconoscimenti e condivisioni.

Oba Loba

Oba Loba (Shhpuma/Silent Water, 2015) è il titolo del loro lavoro che a quanto mi risulta non ha una vera e propria traduzione nell’idioma portoghese. Oba Loba è una specie di palindromo imperfetto allitterante (è bene non cercare la definizione in rete perché credo di essermela inventata), insomma rovesciando il tutto si può leggere Abo Labo che un poco rassomiglia a quel titolo immaginifico che turbò le fantasie dei alcuni fanciulli (fra cui lo scrivente) rapiti da una sigla televisiva evocativa, o per assonanza ricorda il nomignolo del blog cugino di questo che ha avuto un battesimo bizzarro e casuale. ma sono divagazioni personali, trascurabili, che servono a prendere tempo e a girare alla larga da un centro gravitazionale del disco che è al tempo stesso sfuggente e vago. Oba Loba è musica da camera pigra ed assonnata, musica da ensemble strumentale che a volte si mette a canticchiare con fare autistico (Aaaaaaa), musica bislacca screziata di elettronica e di coralità ebbra. un incedere indolente che rifugge gli sperimentalismi eccessivi per inseguire una cantabilità minima, essenziale, fischiettabile: qualcuno potrebbe riconoscervi del prog infantile, altri vederci una perfetta colonna sonora per un film in cui non succede nulla, c’è chi si aspetta che compaia da un momento all’altro la voce di Robert Wyatt (non succederà purtroppo, ma quanto sarebbe stato bello) e chi non si da pace nel cercare di collocare questo disco nello scomparto giusto della propria discoteca ordinatissima.

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come si diceva più sopra musica non necessaria, svagata, onanistica eppure incantevole nel descrivere quel lieto niente in cui si è indaffarati ad oziare e non succede proprio nulla. sonnambulismo, suite accennate ed abortite, ritmiche zoppe: c’è da perdersi ed uscirne sconfitti a provare ad abbracciare l’orizzonte ultimo di questo disco. ed in fondo non pare neppure necessario: paiono svagati e svogliati pure i due fratelli nel provare a raccontare.

e se a Norberto Lobo si prova a chiedere quali siano le sue influenze ecco che (neppure troppo) inaspettatamente spunta fuori il nome di Jacques Tati: e la frittata, almeno dalle mie parti, è fatta! avevo detto che era difficile raccontare questo disco ma in realtà credo di essere io a non essere in grado di farlo: è che mi sono lasciato inghiottire in uno di quei gorghi di senso ed illogica allegria che riempiono i miei giorni più fortunati. ho messo assieme un’indimenticabile passeggiata solitaria e mattutina per le discese di Lisbona, un negozio di dischi inenarrabile, un palindromo imperfetto allitterante (?!?), due fratelli svogliati e defilati e la sola evocazione di Jacques Tati che basta a rallegrare ogni istante: e in più questa musica deliziosa e sublime che vi invito ad ascoltare gettando via tutte le mie parole inutili così come si separa una buccia dalla banana, gettandola, ed evitando di scivolarci sopra. il disco è qui, davvero delizioso.
buon ascolto

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la radio uabab #101

Radio Sonora
la radio uabab #101
lunedì 1 giugno 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 3 giugno ore 17,00)


VA-Remembering-Mountains-Unheard-Songs-by-Karen-Dalton-300x300My Love, My Love
Julia Holter
Remembering Mountains: Unheard Songs by Karen Dalton
(Tompkins Square Label, 2015)
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Stefano-Pilia-296x300
What Are They Doing In Heaven Today
Stefano Pilia
Blind Sun New Century Christology (Sound Of Cobra, 2015)
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cover11-300x296
In for a Penny, In for a Pound (Opening)

Henry Threadgill Zooid
In for a Penny, in for a Pound (PI Recordings, 2015)
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Save-Your-Breath-300x300
Union Forever
Kris Davis Infrasound
Save Your Breath (Clean Feed, 2015)
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cooper cover


Summer Without Waves

Mike Cooper
Fratello Mare (Room40, 2015)
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ciao Costantino

caro Costantino,
crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio! se questa vita bagascia ci desse il tempo di avvertire chi resta, sono certo che mi avresti telefonato da uno dei tuoi numeri improbabili per sfoderare l’ennesima citazione seguita dalla tua risata inconfondibile.
ma la vita è appunto bagascia ed io sono qui che mi appallottolo un dolore alla bocca dello stomaco, stordito, smarrito, confuso e assai più solo.
cosa vuoi che scriva ora? che senso ha farlo? a chi?
posso fingere di farlo da redattore di queste pagine che ti hanno visto irrompere con quell’improbabilità guascona che non ti si toglieva di dosso, quell’urgenza di fare, di dire, di urlare e di riderci sopra: quel metterci sempre la faccia a costo di schiaffi o carezze, quella furia di vivere, godere e bruciare i giorni nella vampa dell’esserci.
su questo blog hai lasciato parole, deliri, bugie e urticanti verità: ma era fuori di qui, dove non si recita e non si inganna, che hai speso tutto. tutto di fretta, tutto sempre necessario, tutto subito, tutto possibile, tutto macchémenefotteammé, tutto quello che io non so e non posso dire.
mi hai rovesciato addosso la tua passione fraterna, invadente, incondizionata, mi hai tenuto al telefono ore ad ascoltare monologhi deliranti che già rimpiango: quei fortunati giorni passati assieme avevano il sapore dirompente e necessario di una rivoluzione da incendiare all’istante.
te ne sei andato con la stessa urgenza con la quale vivevi: sempre prima degli altri, di testa tua, a muso duro, da capoccione. scrivo perché sono certo avresti preferito così, ma vorrei tacere perché non c’è una sola parola che valga la pena di esser detta.
ma di questo Costantino fregatene, come sempre, e appena ritorni, ti prego, telefonami.

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la radio uabab #100

Radio Sonora
la radio uabab #100
lunedì 25 maggio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 27 maggio ore 17,00)


Smog Supper
Our Anniversary
Smog
Supper (Drag City, 2003)
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Mbongwana Star- From Kinshasa
Malukayi (feat. Konono No.1)
Mbongwana Star
From Kinshasa (World Circuit, 2015)
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CHOUK BWA LIBÈTE
Kouzen Zaka

Chouk Bwa Libète
Se Nou Ki La! (Buda Musique, 2015)
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Omar-Souleyman-Bahdeni-Nami-300x300
Tawwalt El Gheba
Omar Souleyman
Bahdeni Nami (Monkeytown Records, 2015)
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Front


Bebé
Clusone 3
Clusone 3 (Ramboy Recordings, 1992)
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Chouk Bwa Libète
Se Nou Ki La!

ci si provi a trasportare lo spirito misterico di un popolo attraverso l’Oceano, ridurlo in cattività sopra un’isola caraibica, lasciare che il susseguirsi delle generazioni ne forgi il DNA (nell’arco di una manciata di secoli) e poi pretendere di ritrovarne e riconoscerne la natura originaria ed originante. dall’antico Regno di Dahomey alla regione delle Gonaïves ad Haiti ci sono migliaia di chilometri e altrettanti nodi inestricabili che hanno sballottato il culto di un popolo da una sponda all’altra dell’Atlantico, un culto che si è nascosto, mescolato, innervato ed infine definitivamente impiantato attraverso i figli dei figli di coloro che furono sradicati dalla Madre Africa.
ripercorrere a rovescio questa storia è pressoché impossibile, la ricostruzione di questa diaspora forzata è forse il Santo Graal bramato da ogni etnomusicologo o appassionato di musica afroamericana in genere: mancano le fonti, i nessi ed i passaggi obbligati, ma l’evidenza di queste discendenze continua a pulsare forte al ritmo di lontani tamburi e a far fibrillare l’enigma e il desiderio.

Charles Simé

nel villaggio di Petite Rivière Bayonnais (dove a tutt’oggi non c’è acqua corrente e neppure energia elettrica) tutti conoscono Charles Simé e la sua bottega artigianale di tamburi: sono il frutto più pregiato della comunità e non c’è ragazzino che non cresca con il desiderio di impararne l’arte e di possederne uno. i tamburi di Charles Simé sono il motore inesauribile della mizik rasin (la musica delle radici) che si nutre di percussione, voce e danza: laggiù lo chiamano vodou (paese che vai, appellativo che trovi) e nessuno potrà negare la sua natura rurale e fieramente grezza oltreché l’innegabile discendenza africana.
un vodou materiale, carnale, che fra feticci, credenze e rituali non dimentica di riverire i lwa, vere e proprie divinità che fanno da tramite fra il supremo e le umane genti confondendo le loro agiografie con quelle dei santi della santa romana chiesa in un trasformismo dovuto ai divieti, agli adattamenti e ad un vago pressappochismo storico.

Chouk-Bwa-Libète

il gruppo Chouk Bwa Libète rappresenta il fiore più pregiato di questo crogiuolo culturale e Jean-Claude ‘Sambaton’ Dorvil ne è il leader maximo oltreché paroliere e voce di riferimento. le dinamiche dell’etnomusicologia di questo millennio paiono avere le medesime traiettorie: un viaggiatore curioso con le orecchie acute e l’idea chiara di cosa sta cercando si imbatte in una sacca di musica e cultura incontaminata (e straordinaria: ça va sans dire) e la propone ad un’etichetta discografica illuminata ed interessata alle musiche del mondo (Buda Musique per non fare nomi). ottenuto il benestare se ne torna spedito sul luogo rinvenuto con un poco d’attrezzatura audio, foto e video ed il gioco è praticamente fatto. così ha fatto Michael Wolteche che, partito da Belgio e giunto ad Haiti, non deve averci messo molto a rendersi conto della straordinaria ricchezza musicale di questo angolo sperduto dei Caraibi. così in fretta e furia è tornato in Europa per farsi accompagnare dalla strumentazione e dalla perizia tecnica dell’ingegnere del suono Xavier Yerlès e in una sola settimana nell’aprile 2014 hanno registrato questo piccolo gioiello dell’etnografia moderna.

CHOUK BWA LIBÈTE

Se Nou Ki La! (Buda Musique, 2015) è stato registrato all’interno di una capanna di paglia (ajoupa) con un paio di microfoni stereo nel bel mezzo delle faccende e della vita degli abitanti del villaggio. il suono è caldo, grezzo, fisico; un’eco organica che mozza il fiato e la netta sensazione di aver carpito quanto di più naturale accade quotidianamente nella comunità di Petite Rivière Bayonnais. la voce profonda e ruvida di Sambaton duetta con i cori (maschili e femminili) dei giovani compari mentre le poliritmie dei tamburi intessono trame contagiose.

percussioni organiche, percussioni di fortuna, wuwuzela improvvisate ed un’intricata trama di call and response fanno da motore e benzina alle danze e ai rituali di questo culto antico. l’Africa non pare così lontana ed il segreto di questo legame fra le antiche musiche del continente nero e la contemporaneità di questi canti si manifesta ad un palmo di naso ma non appena si prova ad afferrarlo sfugge per ogni angolo della diaspora schiavista.
il gospel, lo spiritual, i forsennati ritmi latini e persino il blues paiono palesarsi per poi scomparire di nuovo in un caleidoscopio che mostra e nasconde quel segreto imprendibile che continua ad affascinare e stordire chi ha orecchie per goderne.
buon ascolto.

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la radio uabab #99

Radio Sonora
la radio uabab #99
lunedì 18 maggio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 20 maggio ore 17,00)

front(1849)
Annabel (lee)
By the sea… and other solitary places (If Music/Ninja Tunes, 2015)
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Legacy Recordings Leonard Cohen AlbumField Commander Cohen (Live at Denver Soundcheck, 2012)
Leonard Cohen
Can’t Forget: A Souvenir of the Grand Tour (Sony, 2015)
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Invierno Porteno
Susan Alcorn
Soledad (Relative Pitch Records, 2015)
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JoséJames_H1_10_03_1What A Little Moonlight Can Do
José James
Yesterday I Had The Blues: The Music of Billie Holiday (Blue Note, 2015)
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Pt. V (Live At Kioi Hall, Tokyo : 2014)


Pt. V (Live At Kioi Hall, Tokyo / 2014)
Keith Jarrett
Creation (ECM, 2015)
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la radio uabab #98

Radio Sonora
la radio uabab #98
lunedì 11 maggio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 13 maggio ore 17,00)

HIT
Zatlath Aithas
Heroin In Tahiti
Sun and Violence (Boring Machines, 2015)
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Paul-De-Jong-IF-300x300
Age Of The Sea
Paul De Jong
IF (Temporary Residence Ltd., 2015)
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folder2-300x300
Devils
Aye Aye
Aye Aye (Richie Records / TestosterTunes, 2015)
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connors-airs
Airs 4 / Airs 9
Loren Connors
Airs (Recital Program, 2015)
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cover-300x300


Aslan Sütü (Santé, Vieux-Monde!)
Oiseaux-Tempête
Ütopiya? (Sub Rosa, 2015)
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Annabel (lee)
By the sea… and other solitary places

qualche sera fa, durante una cena familiare, cercavo di convincere una quattordicenne a leggere Edgar Allan Poe adducendo ragioni che ritenevo valide o semplicemente perpetrando il desiderio di far conoscere ad altri ciò che un tempo mi colpì. ma nella discussione ho dimenticato di esporre la motivazione più importante: Edgar Allan Poe non è più da tempo soltanto un scrittore ma un paradigma di uno stato d’animo, di una condizione psico-fisica, di un mood dai contorni sfumati eppur così riconoscibile in quell’amalgama di mistero, paura e scura spiritualità. ed è forse per questo che bisognerebbe incontrarlo.
ci si mette sempre di mezzo il caso (a volergli proprio credere) e neppure qualche ora dopo quella cena, e dopo aver ottenuto la mezza vittoria di appoggiare i Racconti di Poe sul comodino dell’interessata, mi capita fra le orecchie un disco con una ragione sociale che riconduceva inequivocabilmente allo scrittore americano.

AnnabelLeeandRichardE-NoahMassey

Annabel (lee) è il nome scelto da un duo transoceanico che vede lui, Richard E, nelle vesti di produttore e mutistrumentista d’istanza a Londra (ma nativo dello Yorkshire), e lei, Annabel, vocalist afroamericana in movimento (come un pendolo senza pozzo) fra New York e Los Angeles. Annabel Lee è anche il titolo dell’ultimo poema scritto da Poe prima della sua scomparsa, poema amoroso che accompagna l’amata dalla passione giovanile fino alla sua dipartita (Annabel Lee, 1849). è la stessa Annabel (la vocalist) a spiegare le ragioni del nome del duo raccontando di una passione adolescenziale per la poesia romantica classica, poesia mandata a memoria e recitata fino a condurla in uno stato sognante ed etereo.

annabelleerichardei due si incontrano via myspace (ricordate?) e iniziano a collaborare sin dal 2010 fra una sponda e l’altra dell’Atlantico: i primi brani sono un poco fuori fuoco (e fuori tempo massimo) vagheggiando fra il jazz elettrico (scipitamente spirituale) e la lounge d’ambiente sintetico di un tempo che fu (ascoltare My Mystake per credere). col tempo comprendono che la passione adolescenziale di Annabel può avere una ragione (espressiva) d’essere e di seguito entrano nelle grazie di Jean-Claude Thompson (proprietario del negozio di dischi londinese If Music oltre ché trentennale talent scout e promotore dell’iniziativa SaveSoho a sostegno delle attività culturali e viniliche del celebre quartiere inglese). è grazie a lui che prende forma il debutto del duo licenziato dalla Ninja Tune in concomitanza del Record Store Day scorso.

front

By the sea… and other solitary places (IF Music/Ninja Tunes, 2015) evoca Edgar Allan Poe sin dalla copertina e certamente dal titolo (It was many and many years ago, In a kingdom by the sea…); ed una volta dato principio all’ascolto si può esser certi di essere giunti nel vestibolo di casa Poe (o Husher).
atmosfere trasognate, ipnotiche, oniriche, come se provenissero da grammofoni dimenticati: il desueto termine hauntology rispolverato e abitato dai fantasmi di memorie e da afflati remoti. la voce di Annabel non è immediatamente indimenticabile ma nell’ascolto del disco ci si rende conto che pare cantare in un vago stato di sonnanbulismo, come in preda ad un incantesimo privo di calde emozioni o picchi di pathos. una voce che si sdoppia, che sussurra, che declama trasognata e si appoggia su svenevolezze d’orchestra, arpeggi folk e echi lontani.
voci di sirene, fruscii di vestaglie, polveri gallegianti nell’aere e decadenze: ingredienti romantici a corredo di un’idea antica, di un’epoca passata ed immaginata per fotogrammi, oggetti in disuso o lettere di un amore che è sopravvissuto per iscritto agli amanti.

un autunno perenne che pare ciondolare fra alba e crespuscolo, l’autunno dei luoghi solitari (del titolo) e remoti, uno spleen spalmabile da indossare come lana infeltrita.
(1849) è la traccia che da sola vale il prezzo del biglietto: l’anno 1849 è contemporaneamente quello in cui fu scritto il poema Annabel Lee e quello della misteriosa morte di Poe. il brano arranca su un brandello di pianoforte ripetuto a vanvera da un grammofono incagliato, polvere ovunque, un contrabbasso illuminato, nastri che procedono a rovescio, orchestre che svolazzano melensaggini ed un flauto che fa da controcanto alle voci (raddoppiate) di Annabel finalmente libera di transumanare ben oltre lo stato di trance.
fuori stagione, fuori tempo e fuori contesto: insomma un piccolo disco imperdibile da condurre presso il mare sonante o in altri vuoti luoghi ameni. buon ascolto.

And so, all the night-tide, I lie down by the side
   Of my darling—my darling—my life and my bride,
   In her sepulchre there by the sea—
   In her tomb by the sounding sea.
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la radio uabab #97

Radio Sonora
la radio uabab #97
lunedì 4 maggio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 6 maggio ore 17,00)
podcast

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Good For / At Nothing
Violent Femmes
Happy New Year EP (Record Store Day, 2015)
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( ( ( ↓ ) ) )

Blur-The-Magic-Whip-300x296
Ghost Ship
Blur
The Magic Whip (Parlophone, 2015)
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Know-America-300x300
Safe Harbor
Obnox
Know America (Ever/Never, 2015)
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( ( ( ) ) )

folder2-300x300
Taken By The Night
Jeremiah Jae & L’Orange
The Night Took Us In Like Family (Mello Music Group, 2015)
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( ( ( ↓ ) ) )

Pyramid-Vritra-–-Dānu-300x300
Dānu
Pyramid Vritra
Dānu (NRK/The Order, 2015)
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( ( ( ↓ ) ) )

Tomas-Fujiwara-The-Hook-Up-300x300
Lastly
Tomas Fuijiwara & The Hook Up
After All Is Said (482 Music, 2015)
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( ( ( ↓ ) ) )

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Loren Connors
Airs

contestualizzare temporalmente le vicende delle umane faccende è materia per gli storici e per coloro che amano viaggiare a ritroso; contestualizzare temporalmente la musica è vicenda assai meno importante è sfuggente per mancanza di documentazioni certe, per la stessa natura evanescente della musica e per l’impossibilità di cancellare a ritroso la stratificazione dei suoni e delle memorie che hanno generato.
mi rendo conto di essere fumoso e di scervellarmi attorno ad un (non)problema trascurabile, ma è un tarlo che mi cruccia e che mi fa pensare nei tempi persi di questo nostro perder tempo. che effetto deve aver fatto ascoltare Chega de Saudade nell’estate del 1958? quale il carico di immanente trascendenza nell’ascoltare Are You Experienced nell’estate floreale del 1967? oppure: ero conscio dell’immensa solitudine rimbombante che fuoriusciva da Nebraska di Springsteen in quel 1982 che mi vedeva tredicenne implume?
il tempo scorre e non si ha certo la pretesa di fermarlo né tanto meno riavvolgerlo, ma spolverarlo sì, alleggerirlo di quella coltre di senso che si accumula (o si svuota) attorno alle musiche, che le determina di senso, storicizzandole e facendole perdere la vergine vertigine del debutto che fu e che più non sarà. inventeranno una app probabilmente, un complesso algoritmo che riporti il nostro grado di sapere e di cognizione tecnologica ad una data antecedente (mappata e indicizzata) riaggiornandoci a capacità e competenze che credevamo superate: ma nell’attesa di questa epifania turistico-temporale lo sforzo di ritornare indietro nel tempo (quello prossimo: mica si chiedono i miracoli) tocca tutto a noi, alle nostre capacità e ai nostri desideri.

Connors

il 1999 per esempio, visto da questo qui e ora, appare lontanissimo: eppure sono solamente quindici anni addietro. se si pensa a quanta musica si è ascoltata in questi anni, al come la si è ascoltata e come siano mutate le modalità di fruizione e di conservazione pare di parlare del secolo scorso (e in realtà è così). in questo presente caotico in cui tutto si affastella e succede contemporaneamente, in questi istanti saturi di cose assolutamente importanti e prescindibili assieme, ripensare al 1999 è quasi uno sforzo impossibile.
era il 1999 quando Loren Connors registrava su cassetta (con l’ausilio di un registratore a quattro piste) la sua chitarra elettrica (processata da gentili delay) spronata nell’esercizio meditativo di comporre una ventina di improvvisazioni aeree e fragili.

connors-airsda quella cassetta ne nacque un disco uscito per la Read Cone nell’ottobre del 1999 su cui la coltre del tempo pose il suo manto d’oblio indifferente. una specie di lungo letargo in cui il disco è rimasto nella sua immobile fragilità (sarebbe bello pensare si affinasse come il vino) ad attendere che la nostra consapevolezza di quindici anni dopo ne comprendesse la portata essenziale e delicata. una rimasterizzazione ad opera di Taylor Dupree, la scoperta di una traccia perduta (e quindi aggiunta) e la ripubblicazione ad opera della Recital Program nella primavera di quest’anno.
arie (appunto), bozzetti, delicate improvvisazioni armoniche che paiono tormentarsi attorno ad una medesima sequenza melodica. rarefazioni, dilatazioni che guardavano alla storia della musica mentre fuori dalla finestra imperversava il post-rock. Loren Connors (allora cinquantenne) pareva lontano dal suo tempo così come lo è oggi dal nostro, in una specie di solitudine raminga da nutrire di improvvisazione e paesaggi sonori nei quali rifugiarsi. non so se più facile (ri)attualizzare queste musiche ad un sentire odierno e consapevole o compiere lo sforzo di carpirne la portata innovativa aggiornata a quel 1999.
nell’attesa di fenomenologie tecnologiche che ci spostino (avanti e indietro) nel tempo io consiglio di curare la sempiterna (beata) solitudine con balsami chitarristici distillati da un cane sciolto a cui il tempo, le mie ciancie e le idiozie che sono in grado di elucubrare poco importano. buon ascolto

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