Various Artists
Memoirs of an Arabian Princess – Sounds of Zanzibar

in un giorno illuminato del 1914 un’imbarcazione lascia il porto di Stone Town per prendere il mare aperto; fra le varie persone dell’equipaggio vi è a bordo anche una donna che volge indietro lo sguardo per rimirare per l’ultima volta il profilo della città in cui è nata e vissuta. lei sa che quella visione ha il sapore di un addio ed è l’esatto principio di ogni nostalgia a venire. da ora in avanti si chiamerà solamente Emily Ruete ed il nome che il Sultano volle per lei resterà per sempre nella città che sta lasciando.

Emily Ruete

pare davvero l’inizio di un oscuro noir cinematografico, ma non v’è fiction e non v’è inganno: Emily Ruete è stata Sayyida Salme prima di innamorarsi di un mercante tedesco a cui diede due figli e da cui prese il cognome perdendo quello che le aveva dato suo padre Sayyid Said bin Sultan Al-Busaid, Sultano di Zanzibar e dell’Oman.
si deve alla sua celebre autobiografia Memoirs of an Arabian Princess from Zanzibar (tradotto Memorie di una principessa araba di Zanzibar, ma a quanto pare di difficile reperibilità) questa istantanea da cui ha preso le mosse, un secolo dopo, un pregevole edizione dell’etichetta tedesca Winter & Winter.

Memoirs of an Arabian Princess (Sounds of Zanzibar)

Memoirs of an Arabian Princess – Sounds of Zanzibar (Winter & Winter, 2014) prova a raccontare alle nostre orecchie le voci ed i suoni che nutrirono quel sentimento nostalgico fra i ricordi della principessa in esilio. lo fanno cent’anni dopo tentando di tèssere un filo della memoria fra la tradizione musicale dell’isola, i rumori dell’odierna vita cittadina, la convivenza comune di religioni e genti e il talento di alcuni dei musicisti più importanti di Zanzibar.
Rajab Suleiman incarna l’anima del tarab suonando il suo qanun assieme al gruppo Kithara e facendosi accompagnare dalla voce di Saada Nassor e dal violino di Saidi Ali Kombo; la comunità Tarbiyya Islamiyya esegue i canti rituali della tradizione islamica con le voci di Aman Ussi, Saloum SuleimanMakame Haji. i ritmi arabeggianti del collettivo Sina Chuki Kidumbaki attraverso il canto di Makame Faki e Khamis Nyange. poi c’è il coro (cattolico) della cattedrale di St. Joseph che si fonde con il canto mattutino del muezzin nei rimbalzi distanti di campane.
musiche e field recordings che si susseguono in un continuo inebriante di evocazioni e suggestioni che si confondono nel flusso dell’ascolto, così come fanno le memorie attanagliate e confuse nei singhiozzi della nostalgia. la stessa nostalgia che ammalò la principessa e che questo disco prova a lenire a cent’anni di distanza.
e ancor più di un disco una testimonianza acustica, un documento audio da godere ad occhi chiusi con il rischio di perdersi la visione del “falso” noir evocato dalla scena iniziale: ma mai come qui si dovrebbe parlare di cinéma pour l’oreille!
buona visione

Pubblicato in 2014 | 1 commento

la radio uabab #68

Radio Sonora
la radio uabab #68
lunedì 22 settembre 2014 ore 17,00
(replica mercoledì 24 giugno ore 17,00)

Orlando
Jaiyede Afro

Orlando Julius & The Heliocentrics
Jaiyede Afro (Strut, 2014)
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perpetualMy Tiny Butterfly
Sylvain Rifflet & Jon Irabagon
Perpetual Motion (A Celebration of Moondog)
(Harmonia Mundi/Jazz Village, 2014)
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Noël Akchoté - Gesualdo Madrigals for Five Guitars

Itene, o miei sospiri
Noël Akchoté
Gesualdo: Madrigals for Five Guitars (Le Chant Du Monde, 2014)
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Protest-EP-300x300
Protest (Before Mía) (Alice Guerlot-Kouroulis remix)
Chapelier Fou
Protest EP (self released, 2014)
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Scott-Walker-Sunn-O-300x300


Lullaby
Scott Walker + Sunn O)))
Soused (4AD, 2014)
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Pubblicato in la radio uabab, la radio uabab 2014/2015 | 2 commenti

Kassa Tésséma
Éthiopiques 29 (Mastawesha)

sono trascorsi diciassette anni dall’edizione del primo volume dell’Éthiopiques sotto l’egida preziosa di Francis Falceto e la pubblicazione meritevole della Buda Musique; diciassette anni densi di (ri)scoperte di un universo sconosciuto al mondo, un tuffo in due decenni (’60 e ’70) musicali vissuti fra Ethiopia ed Eritrea che l’occidente egocentrico non si era degnato di considerare, vuoi per cecità o per evidente mancanza di appeal finanziario. diciassette anni anni che hanno contato ventinove volumi (fino a quest’ultimo di cui si andrà parlando) della preziosa serie Éthiopiques e una sequela di epifanie che hanno entusiasmato gli ascoltatori più curiosi e alcuni protagonisti di quelle stagioni sopravvisuti al tempo e alle loro carriere misconosciute. citerò per brevità soltanto il nome di Mulatu Astatke per fare il nome più altisonante fra tutti quei musicisti ritrovati e riportati sulle scene, quello del film Broken Flower ad indicare l’hype necessario di cui si accorse il mondo sotterraneo ascoltandone la colonna sonora e l’etichetta Terp Records curata dalla band olandese The Ex per testimoniare il grado di proselitismo e di collaborazione che quelle musiche hanno instaurato con il mondo dell’improvvisazione europea più avanzata.
diciassette anni meravigliosi dunque, dove l’unico peccato dal quale rifuggire è quello dell’assuefazione e dello snobismo: sarebbe davvero sciocco abbandonare queste musiche (proprio ora che le si sono ritrovate) perché la tendenza (che orrore persino scriverla questa parola) mena altrove o perché “ascoltato uno, ascoltati tutti”!

Éthiopiques 29 (Mastawesha)

è per questo che, nell’approcciarsi all’ascolto di questo disco, verrebbe da chiedere (soltanto a chi vorrà) di ricostituire una specie di verginità uditiva precedente a questi diciassette anni, di preservare quella stessa curiosità intonsa che cadde in deliquio allor quando ascoltammo per la prima volta un disco della serie Éthiopiques. è la fragilità di questo disco che lo richiede, la sua natura intima e spirituale: una voce e un krak, nulla di più.
Kassa Tésséma Éthiopiques 29 (Mastawesha) (Buda Musique, 2014) raccoglie infatti l’arte di un poeta popolare scomparso prematuramente nel 1973 ma che è rimasto nei cuori dei connazionali che ebbero a vivere la grande stagione di cambiamenti e peripezie che accompagnò il regno di Haile Selassie I. 13 brani carpiti da diversi vinili originali dell’epoca (il riversaggio digitale non ha potuto ovviare a certi disturbi persino piacevoli da udire) a raccontare l’arte di un artista che poté svolgere questo mestiere grazie all’arruolamento nell’esercito e quindi nell’orchestra militare del suo paese. forse non tutti sanno che un contingente etiope fu inviato in Korea durante la seconda guerra mondiale e fra questi soldati c’era pure Kassa Tésséma che ebbe il benestare per portare in missione anche il suo krar: i commilitoni riferiscono che non passasse giorno senza che Kassa Tésséma imbracciasse lo strumento e allietasse la truppa. è durante questo tempo che compose Elem Ale Baburu (Il treno si muove) che divenne un inno per tutti i reduci del periodo militare (purtroppo la canzone non è contenuta in questa raccolta).

cover

una voce fra il basso e il baritonale a declamare e salmodiare mentre si accompagna con le scarne note del krar: musica fragile, intima e mantrica. una vago senso d’ipnosi coglie nel tentare di seguire le scale inusuali (per l’occidente) della tradizione etiope. canzoni sin troppo nude e sul punto di infrangersi ad ogni capoverso, ma la reiterazione degli ascolti consente di scendere più in profondità verso l’essenza di questo suono. siamo occidentali e perlopiù ignari, ma l’illusione di poter condividere anche solo per brevi istanti questa poesia rallegra cuore e spirito. l’importante è non perdere l’incanto e lo stupore neppure dopo diciassette anni e 29 volumi di tanta meraviglia.

esistono persino alcuni filmati d’epoca (e chi se lo aspettava) a confermare la celebrità che raggiunse l’arte di Kassa Tésséma oltre cinquant’anni fa in quel di Addis e in tutti gli altopiani etiopi. non resta che augurarsi di rimanere curiosi e altri diciassette anni di queste musiche.
buon ascolto

Pubblicato in 2014 | 2 commenti

la radio uabab #67

Radio Sonora
la radio uabab #67
lunedì 15 settembre 2014 ore 17,00
(replica mercoledì 17 giugno ore 17,00)
podcast

leonard
Almost Like The Blues (spoken)
Leonard Cohen
New Yorker podcast, 2014
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cover
Almost Like The Blues

Leonard Cohen
Popular Problems (Columbia, 2014)
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Opérette


Autour De La Corniche
Moussu T e lei Jovents
Opérette (Le Chant Du Monde, 2014)
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lewis


Like To See You Again
Lewis
L’Amour (Light In The Attic, 2014)
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M.TAKARA-mundo-tigre-capa-300x300


Pra Tnick Poder Dançar
Mauricio Takara
Mundo Tigre (Desmonta, 2014)
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mv&ee


Return From The Stars
MV & EE
Alpha Lyrae (Child Of Microtones, 2014)
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Pubblicato in la radio uabab, la radio uabab 2014/2015 | 7 commenti

Noël Akchoté
Gesualdo: Madrigals for Five Guitars

se fra i frequentatori di queste pagine vi fosse, puta caso, qualcuno più interessato alle biografie (leggi: gossip) dei musicisti piuttosto che alle loro musiche ecco che la vicenda del personaggio in questione potrà soddisfare assai la morbosità del lettore.
nobile, esteta, cacciatore e pluriomicida; quindi fuggiasco, pensatore ed eremita nonché finissimo uomo di elevata spiritualità e ineffabile modernità. il pettegolezzo ammanterebbe certo la vita pubblica di quest’uomo se non fosse che le vicende di cui si va parlando risalgono a quattro secoli addietro, e di testimoni oculari non v’è più traccia.

gesualdo

Carlo Gesualdo (o Gesualdo Da Venosa) è per fortuna ricordato assai di più per la sua musica che per le faccende biografiche; all’unanimità i conoscitori del barocco riconoscono al musicista quello spirito di modernità che ancora oggi, passando per Stravinsky, appassiona e rapisce musicisti contemporanei. i suoi Madrigali a cinque voci hanno questa volta folgorato il chitarrista francese Noël Akchoté che da parecchi anni si è dedicato allo studio della musica barocca tralasciando di tanto in tanto l’ambito dell’avanguardia jazzistica che lo ha fatto conoscere (Derek Bailey, Sam Rivers, Lol Coxhill, Fred Frith, Evan Parker, Han Bennink per non fare nomi). ore ed ore di studio e di registrazioni casalinghe a sovraincidere la propria chitarra per ricreare le polifonie tipiche delle pluralità vocali delle composizioni di Monteverdi, Palestrina o Orlando di Lasso.

Noel

Noël Akchoté aveva già inciso alcune pagine dai sei libri di madrigali di Gesualdo, ma il suo nuovo progetto ha questa volta in più la visionarietà innata del chitarrista francese e la modernità del compositore di queste musiche. l’idea è quella di trasporre le partiture delle cinque voci di questi madrigali su tablature per chitarra ed affidare a cinque diversi chitarristi l’esecuzione delle parti. non è tutto: le chitarre sono elettriche e i nomi dei quattro musicisti che accompagnano Akchoté non provengono dalla cultura classica ma piuttosto dall’ambito indie e avant jazz. Julien Desprez, David Grubbs, Adam Levy e Doug Wamble hanno fedelmente seguito il “direttore” fin nelle sale della biblioteca dell’Abbazia di Royaoumont per immergere in questo ambiente acustico l’esecuzione e la registrazione di venti madrigali di Gesualdo.

Noël Akchoté - Gesualdo Madrigals for Five Guitars

Gesualdo: Madrigals For Five Guitars (Blue Chopstick, 2014) è prima di tutto una delizia rara e benedetta, una di quelle meraviglie che danno senso alla curiosità di ascoltare ancora musica “nuova”. non avendo io gli strumenti e la dottrina di disquisire di armonia e polifonia non mi permetterò di stabilire ove risieda la modernità delle composizioni di Gesualdo, quello che è certo che quanto avevo sospettato ascoltando i madrigali di Monteverdi (Eccomi pronta ai baci resta pur sempre uno dei miei brani preferiti di sempre) trova in questo disco una rigogliosa conferma: i madrigali continuano a parlare a noi moderni (odierni) come se il linguaggio e le nostre conoscenze fossero le medesime. e per certo, quel tremolo naturale delle accordature elettriche (per quanto qui diligentemente tenuto a freno) non può che rimandare a tanta musica “moderna” ascoltata nelle nostre esistenze, paiono meditazioni di avant-folk dominate da quel senso organico e compiuto che ci lascia muti di fronte a certe facciate di cattedrali o alle minuzie di vedute rinascimentali dipinte quando la prospettiva era ancora una giovinetta tutta da scoprire.
mi viene alla mente la parola rapimento, e di conseguenza rilascio e riscatto, in un giro virtuoso di banconote (come quelle raffigurate in copertina) in cui chi ascolta è allo stesso tempo creditore e pagante, fortunato beneficiario di tanta spirituale bellezza.
l’autunno è alle porte, tenere vicino alle orecchie questo disco porterà quiete e sollievo.
buon ascolto

Pubblicato in 2014 | 1 commento

Moussu T e lei Jovents
Opérette

a dire il vero pare abbastanza strano che su queste pagine non si sia mai parlato di Moussu T e lei Jovents, ma la sorpresa è del tutto personale e compresa fra me e me. i motivi di questo stupore riguardano il mio amore per Marsiglia, la frequentazione di quella città, fedeli amicizie residenti e l’assunto irrevocabile dell’avvocato (Spiacente, scusami, non posso venire, da questa città mi lascio irretire, Marsiglia è Marsiglia). fra i segreti neppure troppo nascosti di Marsiglia vi sono Moussu T e lei Jovents che da un buon decennio sono i fieri paladini di una tradizione musicale che alligna nella città provenzale: un miscuglio di musiche “bastarde” che da un secolo si mescolano ininterrottamente al ritmo delle marèe e delle migrazioni che nutrono la città. Moussu T e lei Jovents giungono al loro ottavo disco e, per questa volta, scoprono palesemente le loro carte: loro che hanno sempre osannato il fermento culturale cittadino degli anni ’30 del secolo scorso questa volta omaggiano direttamente quel repertorio reinterpretando tredici canzoni di quella che fu la celeberrima Opérette Marseillaise. i nomi di Alibert, Vincent Scotto, René Sarvil, Raymond Vinci sono forse oramai dimenticati, così come quelli di Vincent Telly, Léo Lelièvre, Germain Blanc, Charles Borel-Clerc: ma sono tutte tessere di una meravigliosa Tin Pan Alley in salsa bouillabaisse, una stagione in cui interpreti, parolieri ed autori crearono una chansonette fulgida e iridescente che si ispirava alla canzone italica, al jazz che giungeva da oltre Oceano, al belcanto teatrale oltre che all’autoctona vulgata provenzale. il tutto con il sole splendente che indicava la direzione delle colonie oltre il Mediterraneo; perché Marsiglia, è bene ricordarlo, è pur sempre l’approdo culturale europeo più prossimo all’Afrique.

Opérette Operette (le Chant du Monde, 2014) vede dunque la voce di Tatou, arsa al fuoco di infinite Gauloises, gigioneggiare con le melodie che divertirono un decennio del secolo che fu: un banjo, qualche ritmo in levare, mandolino, contrabbasso e la spensieratezza di un’innocenza perduta. canzonette leggere ed evanescenti come zuccherini da sciogliere in bocca, sapori d’antan e vicende seriosamente futili da raccontare al ritmo di marcette sbarazzine.

le banalità da souvenir si allineano con precisione marziale: la Pétanque, il Pastis, i calanchi, e la bouillabaisse e la Canebiére (manca giusto il sapone, sigh!): i testi hanno quell’allusività da canaglie del detto/non detto e le questioni si risolvono in amori più o meno corrisposti.

moussou insomma per chi ama Marsiglia, la canzone francese e l’attitudine punk da applicare alla vita come una metodologia imperfetta; in più c’è il gusto del souvenir d’epoca e della potenza popolare che aveva la canzone nel bel mezzo degli anni ’30 del secolo scorso. una piccola delizia (per chi scrive) contagiosa da fischiettare in questi scampoli di estate mediterranea.
buon ascolto

Pubblicato in 2014 | 6 commenti

Leonard Cohen
Almost Like The Blues

e così nel bel mezzo di un agosto ciondolante giunge una di quelle novelle che rallegrano lo spirito, lo rinfrancano e lo santificano: un nuovo disco di Leonard Cohen ha (dalle mie parti) la misura del Tempo (con la maiuscola) e poco, o nulla, delle futilità del quotidiano.

populare problems

Popular Problems uscirà per la Sony il prossimo 23 settembre, giusto due giorni dopo l’ottantesimo compleanno di Cohen. si tratta di canzoni nuove e confesso di non sapere molto altro; ma di fronte alle sorprese mica si chiedono spiegazioni!
vi è però un primo singolo: Almost Like The Blues

aspettiamo dunque, più leggeri, più salvi e, credo, persino migliori.

Pubblicato in 2014 | Lascia un commento

Dave Rempis / Joshua Abrams / Avreeayl Ra
Aphelion

l’assunto è che la carriera di Joshua Abrams merita di essere seguita dettagliatamente per le tante meraviglie che sta regalando a questo tempo della musica, della musica tout court. è qualcosa che mi vado ripetendo al punto di cercare di ricavarne l’esattezza di una proporzione che recita più o meno così: Joshua Abrams sta al jazz etno-spirituale di questi nostri giorni come ???? sta alla grande stagione del ventennio ’60/’70 del jazz afroamericano. l’incognita ???? potrebbe essere risolta facendo alcuni nomi altisonanti (Ornette Coleman? Pharoah Sanders? Don Cherry?) oppure lasciata vacua e vaga accontentandosi (assai) di dare a Joshua ciò che è di Joshua. quel che è certo è che ogni sua apparizione (concerto, progetto, performance o disco) merita di essere seguita pedissequamente per la tanta benedetta grazia che è in grado di emanare.
così come è il caso di questo disco di inizio 2014 sfuggito ai riflettori sempre più totalitari e miopi della grande rete: un terzetto nato nella fucina di Chicago che si sta rivelando il luogo “dove” accadono questo tipo di bellezze.
tre registrazioni live in due locali diversi della windy city compongono questo disco frutto della collaborazione del contrabbassista con il percussionista Avreeayl Ra ed il sassofonista Dave Rempis. collaborazione maturata in un paio d’anni di frequentazioni e culminate con le registrazioni effettuate nell’aprile e settembre 2013 all’Elastic e nel maggio dello stesso anno al Constellation (entrambi, naturalmente, a Chicago).

Aphelion Cover

Aphelion (Aerophonic, 2014) esce per l’etichetta personale di Dave Rempis (etichetta da adorare in toto, sia ben detto) e contempla tre brani colti live nell’esatto grado di maturazione della crescita del terzetto. Ruah, Noria e Saqiya i titoli delle tre composizioni: tre minuti e cinquantotto la prima, ben oltre i ventisei minuti la seconda e ventuno e spiccioli la terza. Rempis all’alto ed al baritono, Abrams al basso (Noria), al guimbri (Saqiya) e all’arpa piccola (Ruah) mentre Ra si cimenta fra percussioni ed ammennicoli sonanti vari.
una spiritualità esondante, una musica organica e pura, l’improvvisazione tenuta alla briglia per seguire il sentiero ipnotico di una melodia degna dell’ideale quartomondista. il totem etnico battezzato e profanato nell’acque del fiume che porta lo stesso nome della città dell’Illinois, un interplay pressoché perfetto. e se l’apertura “breve” di Ruah lascerebbe presagire un misticismo rituale in grado di lenire ogni dolore ecco giungere Noria ad ossequiare la tradizione afroamericana ripercorrendone la diaspora a rovescio fra impennate ondivaghe e momenti di dialogo materico (e mai e poi mai che si abbia la sensazione che i tre non sappiano dove stiano andando): Saqiya è forse il massimo comune denominatore dei due brani precedenti ed il gimbri di Abrams riporta in vita lo spirito ancestrale delle musiche che risuonavano a cullare la civiltà nascente.
un disco monumentale e allo stesso tempo esile e modesto, verrebbe da dire minimo, se non fosse che la statura di questi tre musicisti ingigantisce all’ombra del fuoco salvifico della loro collaborazione.
buon ascolto

Pubblicato in 2014 | 3 commenti

David Moss | Hanes Strobl
At the Beach – Music for Voice and Electric Bass

tu prova a togliere un vertice ad un triangolo che pensavi perfetto. che accade? due lati si snodano slacciandosi? gli angoli si slabbrano sfilacciandosi? e la forma è perduta? sul piano geometrico si rischia il disastro ma su quello alchemico potremmo trovarci di fronte all’epifanìa aurea.
che succede se due terzi dei Denseland si accoppiano solitari lasciando (temporaneamente?) Hanno Leichtmann fuori dal gioco? nulla di grave e parecchio di mirabile! David Moss e Hanes Strobl approdano all’etichetta polacca Monotype Records per questo loro debutto in duo che procede sulle traiettorie visionarie disegnate in terzetto. Hanes Strobl pensa, annota ed incide alcune elucubrazioni per basso solo (elettrico, processato e spesso nella sua versione eretta di upright bass); tappeti notturni, scheletri di canzoni calcificate, stratificazioni. materia apparentemente fredda da sottoporre alle capacità vulcaniche della vocalità di David Moss.
entrano in studio senz’altro che questi scarni bozzetti grumosi, incesti di ispirazione, visioni. conoscono le reciproche allucinazioni e ad esse si affidano. abbandonandosi.
David Moss inizia a improvvisare al primo ascolto senza darsi la premura di ascoltare in anticipo. nascono dei nuclei di significato, vocaboli, gangli ai quali appigliare detriti del proprio flusso di coscienza. ogni brano è inseminato di materia vocale, lallazioni, borbottìi, gorgogli, gargarismi: vocaboli che si annodano attorno ad aborti sintattici, stringhe seriali e narrazioni monche. successive sovraincisioni rafforzano la natura autistica di questo processo creativo.

At the Beach – Music for Voice and Electric bass

At the Beach – Music for Voice and Electric Bass (Monotype Records, 2014) è il sorprendente frutto di questo connubio. la materia è scura seppur dotata di una leggerezza diafana, l’ambientazione notturna contrasta con una copertina da cartolina d’antan: la grande maestrìa di questi due diavoli è quella di riuscire a mantenere la misura e la briglia a questo delirio di suono e follia. se esistesse un territorio fra la poesia sonora e la canzone (nel suo senso più indefinito) è lì che si porterebbero a pascolare dischi come questo.
chi conosce la discografia precedente dei Denseland (Chunk, 2010; Like Likes Like, 2013) non avvertirà smarrimento o sgomento: a chi giungesse qui digiuno di quei due dischi consiglio una dieta sobria preparatoria per ruminare e assimilare agilmente questo At the Beach; oppure di disertare ogni buon consiglio e integrare successivamente se solo se ne avesse voglia. resta fuori discussione la natura di questo disco di ottundente bellezza al quale invito all’ascolto.

Pubblicato in 2014 | 1 commento

Alsarah & The Nubatones
Silt

fra le innumerevoli nefandezze accadute al mondo, non tutti, credo, siano al corrente dell’evacuazione forzata della bassa Nubia avvenuta sul finire dei ’60 per far posto alla grande diga di Assuan sul Nilo. l’allagamento di quei territori sudanesi ad opera della monumentale opera egiziana costrinse le popolazioni del luogo a migrare altrove e a quella terra di scomparire. è a questa porzione di Sudan scomparsa che si rivolgono una serie di “canzoni del ritorno” della tradizione nubiana: invocazioni cariche di nostalgia per un luogo scomparso e destinato a sopravvivere nella memoria di un popolo evacuato.
Alsarah è una cantante sudanese che dopo aver girato il mondo al seguito della sua famiglia sballottata per il globo dai conflitti della propria nazione, risiede oggi a New York. era già stata ascoltata nel progetto firmato Soundway assieme al dj francese Débruit (il disco si chiamava Aljawal) in una rilettura del moderno pop sudanese visto da uno studio parigino.
ma Alsarah stavolta ha preso per mano il suo gruppo (The Nubatones) con il quale da qualche anno sta mettendo a punto questo personale East African Retro Pop per tornare a quel bagaglio di canzoni dell’esilio che appartenne alla sua famiglia e alle sue genti.

SiltSilt (Wonderwheel Recordings, 2014) è questo piccolo scrigno di memoria nostalgica riletto con eleganza e dignità in questo presente lontano dai fatti evocati. da quella tradizione Alsarah ha reinterpretato alcuni brani (Habibi Taal) affiancandoli ad alcuni di nuova composizione con la preziosa collaborazione dei suoi Nubatones: Rami Al Aasser alle percussoni, Mawuena Kodjovi al basso e il maestro di oud Luthier Haig Manoukian (purtroppo scomparso nell’aprile scorso). prodotto dalla stessa cantante con la scala pentatonica come orizzonte, la sapiente modernizzazione delle sonorità sudanesi e l’onestà di un lavoro che non stringe per forza l’occhio al mercato “terzomondista“.
Soukura è il singolo (efficace) che sfocia inevitabilmente in un video divulgativo.

si respira bastante onestà e freschezza per gustarsi questo East African retro pop senza dimenticare la storia che racconta e un luogo (scomparso) lontano 6.000 chilometri da dove sto scrivendo ora.
buon ascolto

Pubblicato in 2014 | 3 commenti