la radio uabab #83

Radio Sonora
la radio uabab #83
lunedì 26 gennaio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 28 gennaio ore 17,00)

Benjamin


Adios
Benjamin Clementine
At Least For Now (Behind, 2015)
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Of Lovers, Gamblers & Parachute SkirtsWhere Do You Come From, Dear Lady?
Taraf de Haïdouks
Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts
(Crammed Discs, 2015)
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Hymn of Memory
Áine O’Dwyer
Music For Church Cleaners Vol.I and II (MIE, 2015)
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Yes

Jad Fair & Norman Blake
Yes (Joyful Noise Recordings, 2015)
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Blue
Blue in Green
Mostly Other People Do the Killing
Blue (Hot Cup Records, 2014)

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la radio uabab #82

Radio Sonora
la radio uabab #82
lunedì 19 gennaio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 21 gennaio ore 17,00)

hawaiian-breeze-300x269


Fallin’ Down
Lewis
Hawaiian Breeze (Fiasco Bros., 2015)
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Tonetta
Drugs Drugs Drugs / 81 Inch Prime Ass

Tonetta
Tonetta Vol.1 (Stereo Smoke Records, 2014)
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arrington

Singo Budoyo Part One
Arrington de Dionyso and Singo Budoyo
UNHEARD INDONESIA VOLUME 4: Singo Budoyo
(self released, 2014)
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Music Is A Vibration

Sun Ra and His Arkestra
My Way Is The Spaceways (Norton Records, 2014)
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Taraf de Haïdouks
Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts

e così, mentre mi accingo a scrivere del nuovo disco dei miei cari Taraf de Haïdouks, mi accorgo (guardandomi indietro) di aver riempito le pagine di questo blog di storie, musiche e accorate parole che li riguardano. segno di indefessa passione e monomaniacalità: ma mica è necessario guarire!
inizia il 2015 e i Taraf de Haïdouks festeggiano i loro primi 25 anni di carriera (discografica) con un nuovo disco per la belga Crammed Discs (sempre lei, chi altri?), ed è un disco importante perché la banda fa un (necessario) punto della situazione in una storia che vanta secoli di memorie perdute sui sentieri del mondo, decessi inevitabilmente dovuti all’anagrafe, avvicendamenti familiari e passi falsi discografici dovuti a quella maniera picaresca e avventurosa che hanno i rom nel rapportarsi con le logiche commerciali dei gadje.
Taraf de Haïdouks ritornano ai ritmi della loro tradizione in una specie di rivisitazione di questi anni gloriosi, e con i ritmi ritorna il ciclo delle generazioni che avvicenda chi se ne andato con le nuove leve di una storia familiare che scavalla i secoli: così ritornano Tsagoi Neacsu (figlio del grande vecchio Nicolae Neacsu) e Gheorghe Manole (figlio del leggendario Ion Manole) e con loro la storica voce femminile di Viorica Rudareasa (regina della celeberrima hit Dumbala Dumba).

Taraf de Haidouks

Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts (Crammed Discs, 2015) è un turbine di ritmi indiavolati, canzoni appassionate, influenze turche e corde percosse, pizzicate e stirate fino alla consunzione. la rilettura delle radici storiche del gruppo è “filologica”, il patrimonio (incommensurabile) che ha preceduto la rivelazione discografica è salvo: ritornano prepotenti gli accordion (ben due nel disco) ad accorciare il divario con i violini (quattro), e la magia inaudita del cymbalum di Ion“Ionica” Tanase si rinnova ad ogni ascolto. e poi le voci disperate, accorate, sardoniche e strozzate ad incendiare canzoni d’amore e di passione: naturalmente lubrificate a dovere con raki o benzine buone all’uopo.

Of Lovers, Gamblers & Parachute Skirts

non che ce ne fosse bisogno, ma andava pur ribadito il meritato attributo di “best Gypsy band in the world” con il quale – in modo caciarone – se ne vanno in tour: poterli rivedere ancora sarebbe una meraviglia gradita. per ora ci dovremo accontentare di un video ufficiale in cui la loro selvaggia bellezza estetica (qui Viorica Rudareasa è davvero una regina) è “guastata” da due inutili personaggi che inscenano un’altrettanta inutile sceneggiatura. ma si provi ad epurare il video dalla “falsa” bellezza dall’appeal estetico-commerciale ed ecco che la magia riesplode imprendibile e vera.

persevero nella mia passione, chiedo venia: se qualcuno volesse vederne – e saperne – di più consiglio questa intervista, questo concerto e questo splendido documentario.
oppure ci si attenga al disco che è già di per sé una delizia selvaggia e gitana.
buon ascolto

Posted in 2015 | 1 Comment

la radio uabab #81

Radio Sonora
la radio uabab #81
lunedì 12 gennaio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 13 gennaio ore 17,00)

(ABKCO Music : Real Gone Music, 2015 [1973])

Rainbow Room
Alejandro Jodorowsky / Ron Frangipane / Don Cherry
The Holy Mountain (Original Soundtrack)
(ABKCO Music / Real Gone Music, 2015 [1973])
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tayi bebba cover
The Rainstick Fable

Clap! Clap!
Tayi Bebba (Black Acre Records, 2014)
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Populous-Night-Safari-300x300


Agadez (feat. Dj Khalab)
Populous
Night Safari (Bad Panda Records, 2014)
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Cmon-Tigre-300x300


Building Society – The Great Collapse

C’mon Tigre
C’mon Tigre (self released, 2014)
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MatanaAs Years Roll By
Matana Roberts
COIN COIN Chapter Three: River Run Thee
(Constellation, 2015)
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Tonetta
Tonetta (Vol.1)

molto tempo addietro scrissi un post su Tonetta ed è assolutamente lecito esserselo perso e ancor più averlo dimenticato nella recondita possibilità che qualcuno l’avesse letto allora.
io però non l’ho dimenticato perché la divertita (e sorprendente) scoperta che feci allora ancora mi accompagna e non nascondo che, saltuariamente, ho visitato il sito della Black Tent Press (che ha pubblicato gli esordi discografici del nostro) per vedere dove potesse andare a parare la parabola di questo assoluto outsider; ma da lì nessuna nuova, e quindi curiosando nei meandri di YouTube (habitat naturale di Tonetta) mi sono imbattuto nel video qui sopra.
maggio 2014: Tonetta c’è eccome e pare solo vagamente imbolsito e con un quarto d’ora di bicicletta fra un dente e l’altro, ma la favella irriverente pare affilatissima. il messaggio urbi et orbi stabilisce che tre quarti della popolazione mondiale maschile è pussy whipped (leggi: schiavo della pussy – non fatemi tradurre) e che naturalmente lui, Tonetta, ha ben altri argomenti (attributi?) per combattere il “nemico”.

74_tonetta03chi sia Tonetta non è semplice narrarlo: provai a raccontarlo allora e forse viene più semplice rimandare a freakipedia (perché certi argomenti vanno ben oltre il tradizionale wiki). quello che è certo è che su queste sponde mi interessa assai più la questione musicale del fenomeno e questo post in realtà vorrebbe celebrare (con qualche mese di ritardo) l’uscita dell’ultimo disco (in ordine di tempo) di Tonetta.

Tonetta

sì perché nel frattempo il nostro ha cambiato etichetta approdando alla norvegese Stereo Smoke Records che gli ha pubblicato questo Tonetta (Vol.1) uscito nel più assoluto silenzio nell’estate scorsa. non è cambiato l’approccio, la metodologia e neppure le tematiche: Tonetta è Tonetta e non si discute.
un frullato spappolato di pop psicotico innervato di rock oscuro e di crooning malato, funky disco da pochi spiccioli e FM music priva d’ogni orizzonte di successo: il tutto rigorosamente fatto da sé con un quattro piste casalingo, un basso, una chitarra, qualche base (paiono sempre le stesse) e un microfono. nessuna velleità di produzione ne di editing, il lo-fi da manuale insomma, sconveniente e inappropriato come dovrebberlo esserlo tutti i lo-fi di questo mondo.
lascivia, perversione e laido squallore di matrice sessuale (con tutte le varianti che si possono immaginare) sono il vocabolario dei testi, e poi naturalmente ci sono i video casalinghi a fare da cornice (o da scopo all’uopo) a tutte queste musiche (digitare Tonetta su YouTube per capire).
l’ho già scritto, la storia della musica non subirà traumi o ripercussioni ma personaggi come Tonetta fanno bene allo spirito (almeno al mio): e di certo la sua musica ha qualcosa di contagioso e virale che non mi concede di smetterne l’ascolto divertito.
W Tonetta! scriverei allora parafrasando il celebre motto che almeno tre quarti della popolazione maschile ha scarabocchiato su qualche muro di un cesso pubblico non sapendo che in realtà stava inneggiando al proprio nemico (Tonetta docet).
buon ascolto

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2014
a fine anno

ecco dunque che giunge anche la fine di questo 2014, qualche riga per salutarlo credo la meriti. senza particolari resoconti o revisioni di ciò che è stato, e neppure la più classica delle playlist perché quella, come già scrissi in un post a fine 2013, è stata diligentemente raccolta dalla rubrica settimanalmente che (con mia sorprendente disciplina) ho redatto anche quest’anno. se a qualcuno potesse interessare comprende una cinquantina di dischi che si possono trovare qui da sommare ad altri venticinque che ho provato a raccontare più diffusamente sulle pagine di quest0 blog.
in realtà una breve playlist l’ho raccontata volentieri dopo un invito giuntomi da battiti: la loro idea di allargare la famiglia ad “amici, sodali e complici” (per il periodo delle festività) mi è piaciuta assai e lieto è stato il piacere di poterne far parte.
la trasmissione è andata in onda la notte fra il 23 e il 24 dicembre scorso ed è stato un piacere condividerla con Ariele Monti, mio conterraneo appassionato e curioso di musiche inusitate e soprattutto instancabile anima della gloriosa Area Sismica.
per chi avesse voglia di ascoltarla il podcast si può trovare qui.
a questo punto credo sia davvero tutto, buone cose,
a presto

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Radian & Howe Gelb
Radian Verses Howe Gelb

qualche anno addietro, chiudendo un articolo a proposito di un disco “spagnolo” di Howe Gelb, mi auguravo che il nostro eroe, nel suo perpetuo girovagare, trovasse prima o poi la via per giungere in Africa. era un augurio plausibile e verosimile considerando la natura errabonda di Gelb, capace ancora di incontrare e mescolare il proprio spirito con i viandanti incrociati sul cammino.
forse il mio auspicio non ha sortito esattamente l’effetto voluto, forse un aereo preso per sbaglio o un dirottamento, o magari uno di quei deragliamenti che capitano nella vita di chiunque: fatto sta che Howe Gelb è giunto a Vienna e lì ha condiviso parte del suo percorso (artistico) con il trio dei RadianMartin BrandlmayrJohn NormanMartin Siewert (dal 2011 a sostituire Stefan Nemeth) attivi sin dal 1998, frequentando etichette importanti come la Mego o la Thrill Jockey, attendevano forse un pastore peripatetico che conducesse il loro cammino fuori da brumosi boschi di vaga indifferenza.

Radian_Verses_Howe_Gelb-02sì, perché a questo incontro il trio Radian si è preparato per quasi due anni, mettendo a punto un volume di materiale sonoro vario, grezzo e fertile. un conglomerato organico di elettronica, elettroacustica e rumoristica varia che attendeva un artigiano sapiente per ricavarne un Pinocchio (Lucignolo?) vivo e scalciante.
nello spazio di quattro giorni, tanto è durato il soggiorno viennese dell’uomo di Tucson, la presenza in studio di Gelb ha sparigliato le carte e aggiunto assi al mazzo, inventanto, sovvertendo e disseminando le spore di una forma canzone che si è fatta spuria. per poi uscirsene con la dichiarazione (a discolparsi come un monello): “This is a Radian album. I’m only living in it”.

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Radian Verses Howe Gelb (Radian Release/Trost Records, 2014) è uno di quei dischi imprendibili ed indefinibili che piacciono assai dalle mie parti: l’unica forma identitaria riconoscibile è una forma canzone spogliata di qualsiasi appeal pop, disossata dello scheletro della grande american song e gettata in pasto agli assalti affamati della sperimentazione elettro(spazio)acustica. molecular music la definì Gelb parecchi anni addietro quando gli capitò di ascoltare i Radian ad un festival al quale entrambi apparvero in cartellone, molecolare e apparentemente in bilico fra sintetico ed organico, materiale di origine ignota, ma funzionale all’ennesima trasformazione di Gelb.
perché una qualche forma di aggettivazione bisognerà trovarla per questa capacità camaleontica di Howe Gelb di scartare dal suo tragitto, senza ragioni apparenti, per poi ritrovarsi mutato e paradossalmente più riconoscibile di prima. un modo di portarsi appresso un mondo senza la gravità del fardello e sempre pronto a mescolarsi con l’ignoto senza nascondersi o soverchiare. nel vecchio articolo che citavo (mi si perdoni) lo paragonavo a certi capi famiglia rom capaci di non perdere il proprio carattere e la propria dignità sebbene le maree delle perfidie umane li sballottassero agli angoli della storia.
l’Africa continua ad attendere.
buon ascolto

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la radio uabab #80

Radio Sonora
la radio uabab #80
lunedì 15 dicembre 2014 ore 17,00
(replica mercoledì 17 dicembre ore 17,00)

Ras G - Down 2 Earth, Vol. 2 (The Standard Bap Edition)

Love And Peace
RAS G
Down 2 Earth, Vol. 2 (The Standard Bap Edition) (Stones Throw, 2014)
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Theo Parrish - American Intelligence
Welcome Back

Theo Parrish
American Intelligence (Sound Signature, 2014)
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front


Invisible Road
Parallax Ensemble
Parallax Sounds (Just Temptation Recordings, 2014)
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feldspar


Spinel

Matana Roberts / Sam Shalabi / Nicolas Caloia
Feldspar (Tour De Bras, 2014)
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Pannonica
Thelonius Monk
Thelonious Alone In San Francisco (Riverside, 1959)
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la radio uabab #79

Radio Sonora
la radio uabab #79
lunedì 8 dicembre 2014 ore 17,00
(replica mercoledì 10 dicembre ore 17,00)
podcast

Science Fiction Park Bundesrepublik
Do You Feel The Love Inside Me?

Grüne Rosen
Science Fiction Park Bundesrepublik (Finders Keepers, 2014)
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front
Death, be not proud

Ketil Bjørnstad
A passion for John Donne (ECM, 2014)
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folder


Jamais Quand Il Faut
Ibrahim Maalouf & Oxmo Puccino
Au pays d’Alice… (Mi’ster Production, 2014)
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cover


o o o o o

Darius Jones featuring The Elizabeth-Caroline Unit
The Oversoul Manual (AUM Fidelity, 2014)
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folder
Aria Di Provincia
Alessandro Alessandroni
I Cantori Moderni (Penny Records, 2013 [1972])
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arashi


Ondo No Huna-Uta (Rower´s Song of Ondo)

Akira Sakata / Johan Berthling / Paal Nilssen-Love
Arashi (Trost Records, 2014)
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Akira Sakata / Johan Berthling / Paal Nilssen-Love
Arashi

in un altro dei tanti mondi possibili Akira Sakata spero sia considerato per la grandezza che merita, come musicista intendo. per ora, nell’eventualità di questo mondo, si accontenta di fare il biologo marino ed il sassofonista da almeno 40 anni, alternandosi in questi due ruoli dei quali, solo lui, conosce l’esatto punto di contiguità.
il mistero sotteso al Giappone è alle suoi spiriti autoctoni (nell’ambito musicale) resta per me una materia ostica sebbene il caro Federico Savini si spenda parecchio per illuminare la scena e renderci un poco più edotti: ma malgrado i miei claudicanti approcci cognitivi sopperisco infondendo grosse dosi di curiosità, di ascolti e di attenzione a tante musiche provenienti da laggiù, e le musica di Akira Sakata potrebbe essere il mio cavallo di Troia (a dondolo) per addentrarmi vieppiù nel mistero!

akira sakata

sassofonista contralto, clarinettista e cantante (forse meglio vocalista), innamorato dell’improvvisazione radicale e profondo conoscitore della materia. ligio, disciplinato ed eppure così irrazionalmente folle, sfuggente e materico, verrebbe da dire acquatico e misterioso come le sue amate profondità marine. una carriera (quella musicale) assai lunga, che meriterebbe un approfondito seminario di studi (non che non ne siano stati fatti, in effetti), che lo ha portato, alla tenera età dei 70 anni, a distillare grazia, follia, imprevedibilità e raziocinio in un suono unico e assai riconoscibile.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAanche per tutto questo è un piacere ritrovarlo oggi in un terzetto equilatero in compagnia di Johan Berthling e Paal Nilssen-Love, un motore ritmico scandinavo a condensazione fredda capace di trainare alcune delle locomotive più entusiasmanti degli ultimi anni (The Thing, Fire! fino a giungere al capostazione Mats Gustafsson). un trio inesorabile finito a registrare a Vienna per l’etichetta Trost (dopo un tour perlopiù nipponico) uno dei dischi più scapigliati ascoltati quest’anno.

arashiArashi (Trost Records, 2014) inizia da una copertina splendida disegnata da Sagaki Keita, ma è solo l’inizio. Arashi è parola giapponese che sta per tempesta, e pure questo è un buon indizio: quattro composizioni ad inquadrare un possibile spettro di quale sia oggi l’arte matura di Akira Sakata. si parte con il brano omonimo che è una furente ed implacabile cavalcata imbizzarrita, un susseguirsi di onde di ritmo e di note accostate fra loro dalla logica aleatoria di una tempesta: il suono del contralto è lucido e dritto sul ponte maestro, come se il tumulto ritmico che infuria intorno non lo toccasse. Ondo No Huna-Uta (Rower´s Song of Ondo) vede Sakata alla voce intonare un (inverosimile) canto di vogatori frustati dalla furia di Berthling e Nilssen-Love; ferocia, canto di gola, delirio e sangue agli occhi, un canto inaudito ed inudibile dalla terraferma. Dora è spumeggiante come mosto che ribolle, con il sax di Sakata concentrato e visionario su solitarie linee melodiche, sospinto dalle sferzate ritmiche scandinave che spingono verso l’accanimento. il disco si chiude con Fukushima No Ima (Fukushima Now) per raccontare un’altra sfaccettatura dell’anima di Sakata: l’ancia del clarinetto fra le labbra per intonare una preghiera per l’ultima città (in ordine di tempo) devastata da un disastro nucleare. un canto mesto e cameristico, struggente e meraviglioso.
un disco ostico e difficile ma così vivo, vitale ed aggiungerei vero: siamo sui territori dell’avanguardia jazz più visionaria, dell’improvvisazione e del radicalismo, ma non c’è davvero nulla da temere e niente di cui spaventarsi: può davvero quel paio di baffetti appiccicato sul volto di Sakata nascondere altro se non una bonarietà imperscrutabile?
buon ascolto

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