la radio uabab #91

Radio Sonora
la radio uabab #91
lunedì 23 marzo 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 25 marzo ore 17,00)

Never were the way she was
Won’t Be A Thing To Become
Colin Stetson & Sarah Neufeld
Never Where The Way She Was (Constellation, 2015)
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manyfingers
From Madam Hilda Soarez
Manyfingers
The Spectacular Nowhere (Ici d’Ailleurs, 2015)
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Som om husene ikke vet
Monkey Plot
Angående omstendigheter som ikke lar seg nedtegne
(Hubro, 2015)
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(ER)
Huntsville
Pond (Hubro, 2015)
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Bronx Aborigines
Billy Bang & William Parker
Medicine Buddha (NoBusiness Records, 2014)
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Kendrick Lamar
To Pimp a Butterfly

continuo a credere che una delle fortune di questo blog sia quello di avermi fatto incontrare persone, di avermi aiutato a stanare altri ammalati conclamati di musica e di storie che la riguardano. negli ultimi tempi poi queste persone hanno iniziato a dialogare raccontandomi delle loro musiche, suggerendo ascolti e spingendomi in territori da me inesplorati. come Nicola Altieri che mi sobilla appassionatamente verso i suoni che ama con la stessa febbre che riconosco e dalla quale (tanto lui, quanto me) non si vuole guarire. Nicola ama ascoltare e ama scrivere (e scrivere bene aggiungo), e così, a partire da questo post, frequenterà le pagine di questo blog quando ci sarà da raccontare di musiche cariche di passione (la sua) come quella di questo disco con cui inaugura le sue cronache.
benvenuto,
borguez

T1-KENFIR-001

Kendrick Lamar To Pimp a Butterfly

Mai giudicare un libro dalla copertina. Oggi più che mai del resto le copertine nessuno le osserva, essendo la parola divenuta liquida e digitale tanto quanto la musica. Ed invece no. Chiunque abbia passato del tempo in quei polverosi e vetusti luoghi chiamati negozi di dischi, sa quanto una copertina sia, per chi scava tra i vinili, come un luccichio che affiora dal terreno per il cercatore d’oro. La luce infondo alla ricerca, il primo segno di una folgorante e spesso inattesa scoperta.

front

Foto in bianco e nero. La Casa Bianca sullo sfondo, un manipolo di afroamericani ammassati uno sull’ altro, con facce tra il festante ed il riottoso, in mano mazzette di soldi e bottiglie di liquore, in primo piano, schiacciato dalla folla, il cadavere di un giudice, al centro un ragazzo sorridente con in braccio un neonato.
Rabbia e divertimento, rivolta e festa, successo ed autolesionismo. Un popolo e le sue contraddizioni ritratti in un singolo scatto. La presentazione di un disco che delle forti contraddizioni fa una dichiarazione d’intenti fin dall’ispirato titolo: To Pimp A Butterfly (Top Dawg / Aftermath / Interscope, 2015) letteralmente “far prostituire una farfalla” ma in altra accezione anche “portarla al successo”.

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L’America nera del dopo Ferguson, del dopo Trayvon Martin, del dopo tutti i ragazzi neri uccisi dalla polizia, un’ America che soffocata prova rabbiosamente ma lucidamente a respirare nelle parole di un ragazzo nato quando nei negozi usciva il primo disco dei Public Enemy, che andava a scuola quando 2Pac era un’icona pop e che oggi si carica tutto e tutti sulle spalle con coraggio, follia ed un ego smisurato, l’ego dei fuoriclasse. Kendrick Lamar, il ragazzo sorridente con in braccio un neonato, carica dritto e a testa bassa prima di tutto contro se stesso e contro il suo popolo, con rime colme di metafore dal taglio mirabilmente in equilibrio tra urgenza di strada e cultura alta, una retorica pittografica con un cuore autocritico prima ancora che accusatorio, per nulla celebrativo, pieno di dubbi ed insicurezze. Un cuore pulsante al ritmo di un funk puro e swingante, diretta emanazione di un ritorno fieramente e furiosamente “Afro” in certa musica black contemporanea, dal recente Black Messiah di D’Angelo alla deriva jazz di Flying Lotus. Un suono che scivola via ora suadente, ora graffiante e tagliente, mai davvero indimenticabile, non certo brillante o originale ma coeso e vitale, innervato da un flusso di parole che legano e travolgono tutto. Hip-Hop come stile espressivo nella messinscena di una tragicommedia sullo stato delle cose, sul pessimo stato delle cose.

Se Nudo E Crudo di Eddie Murphy fosse stato un disco sarebbe stato questo disco. Se ‎2Pac avesse fatto un disco con i Public Enemy sarebbe stato questo disco. Una carezza ed uno schiaffo, un bacio ed un cazzotto. Il sussurro nell’orecchio prima della spinta nel fosso.
(Nicola Altieri)

Posted in 2015, Nicola Altieri | 4 Comments

la radio uabab #90

Radio Sonora
la radio uabab #90
lunedì 16 marzo 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 18 marzo ore 17,00)

cover-300x297
Ale Zagrajze Mi Kowola
Wojtczak NYConnection
Folk Five (ForTune, 2015)
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cover2-287x300
House Kaliente (w/ DJ Olifox)
Nidia Minaj
Danger (Principe, 2015)
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Model-500-–-Digital-Solutions-300x300
Standing In Tomorrow
Model 500
Digital Solutions (Metroplex, 2015)
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Descending Moonshine Dervishes


Descending Moonshine Dervishes (excerpt)
Terry Riley / Don Cherry
Live Köln 1975 (bootleg, 2013)
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Ryley-Walker-300x300
All Kind Of You
Ryley Walker
Primrose Green (Dead Oceans, 2015)
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Colin Stetson and Sarah Neufeld
Never Were The Way She Was

attenzione: suono scabroso, urticante e tagliente!
la copertina del disco di Colin Stetson e Sarah Neufeld potrebbe trovare apposto un adesivo (come il Parental Advisory) per allertare della natura caustica della materia in esso contenuto; e mai avvertimento è stato incautamente più bello ignorare!
dopo ripetuti contatti risalenti al 2010 e la concomitanza negli Arcade Fire (lui come esecutore/produttore e lei come membro recente), dopo un tour americano parallelo come solisti (era il 2012 ed iniziarono a condividere il palco accompagnando alcuni brani dell’uno e dell’altra) e dopo la comune partecipazione nella colonna sonora di Blue Caprice (2013), e naturalmente dopo i rispettivi (ed acclamati) esordi solisti ecco che il 2014 li vede iniziare una vera e propria collaborazione a due che li ha portati a rinchiudersi nell’attico della loro magione agreste nel Vermont per registrare i brani finiti in questo nuovo lavoro.

colinstetsonsarahneufeldpress

Never Were The Way She Was nasce in casa Constellation e non poteva essere altrimenti: lei al violino e alla voce e lui ai sassofoni (basso e tenore) e al clarinetto contrabbasso, oltre al solito armamentario di fisicità, sospiri, morsi espressi sulle ance e sulle meccaniche degli strumenti. inoltre la denominazione d’origine “the album was recorded without overdubbing, looping, sampling, cutting or pasting” dona al tutto l’incanto e lo stupore per il suono contenuto; un approccio materico che mescola timbri acustici, vocalità e tessiture organiche come se si trattasse di arte plastica e non di musica. impasti grezzi, ruvidi come in un’arte povera da toccare.
gli otto brani contenuti nel disco si potrebbero raccontare come cameristica contemporanea che deve parecchio al minimalismo: ma i due sembrano giunti in questo luogo procedendo contromano rispetto allo sviluppo cronologico di queste musiche del ‘900, arrivandoci a rovescio, dalla contemporaneità a ritroso verso il passato, dall’urgenza punk di Stetson mescolata con l’indie più colto della Neufeld indietro a ridefinire i confini di genere.

Never were the way she was

e talmente indietro che a volte pare di sentire un gregoriano post-moderno (Never were the way she was) o un madrigale sotto ipnosi (In the vespers); un notturno abitato da spiriti innocui (Won’t be a thing to become) e un largo vaticinante da una sinfonia di Dubuffet (With the dark hug of time). o il funk cubista (The rest of us) di cui una volta aveva cianciato Tom Waits in uno dei suoi deliri necessari: di certo i brani sono nati per stratificazione e imitazione (quasi ornitologica) in un processo di affinamento che ha avuto nell’attività live il necessario sviluppo. ecco i primi vagiti di The sun roars into view, che apre il disco, nell’esecuzione di un anno fa.

play it rough!
buon ascolto

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la radio uabab #89

Radio Sonora
la radio uabab #89
lunedì 9 marzo 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 11 marzo ore 17,00)

Winter In America
Winter In America
Nicolas Jaar & Brian Jackson
Eleven Times (Nowness, 2015)
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Ghostpoet-Shedding-Skin-300x300
Shedding Skin (feat. Melanie De Biasio)
Ghostpoet
Shedding Skin (PIAS, 2015)
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nzimbu-298x300
Bwetaname
Ray Lema
Nzimbu (One Drop, 2015)
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Ernst Reijseger  Count till Zen


Perhaps
Reijseger Fraanje Sylla
Count Till Zen (Winter&Winter, 2015)
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The First Renga (Ben)
James Falzone’s Renga Ensemble
The Room Is (Allos Documents, 2015)
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Reijseger Fraanje Sylla
Count Till Zen

sono giorni di finestre adornate
canti di stagione

non so se vi sia mai capitato di avere una specie di illuminazione, un’epifania privata che d’incanto vi rivela il senso ultimo di quei tanti enigmi che ci portiamo appresso; qualcuno mi ha raccontato di aver capito i limiti (matematicamente parlando) passeggiando per strada, altri hanno compreso la fisica quantistica al quinto bicchiere ed io invece mi portavo addosso da tanto tempo la sensazione impalpabile e spirituale racchiusa in due versi di una splendida canzone vergata a due mani da Fossati e De André.
una sensazione dai contorni imprecisi eppure così densa e forte, come un profumo d’infanzia o un ricordo materico: una raffigurazione di gioia pura che percepivo nell’istantanea fotografica ma che non riuscivo a riportare “a terra”, a rendere carnale.
e la musica mi è corsa in soccorso una volta di più: ascoltare il nuovo disco del trio Reijseger Fraanje Sylla ha come disvelato quel mistero rendendolo udibile, tangibile e figurandolo reale nei modesti limiti della mia immaginazione.

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Count Till Zen (Winter&Winter, 2015) è indiscutibilmente un disco di musica da camera: un suono intimo pensato, voluto ed eseguito nell’ambiente racchiuso di una stanza che il produttore Stefan Winter ha voluto carpire con l’utilizzo di un solo microfono panoramico. così lo Steinway Grand Piano di Harmen Fraanje, il violoncello a cinque corde di Ernst Reijseger e la voce e la chincaglieria percussiva africana di Mola Sylla si sono fusi per riempire e saturare lo spazio che li circondava. mi sono permesso di immaginare questa stanza con una di quelle ampie finestre olandesi che si affacciano sulla strada, aperte a catturare la maggior quantità di luce negli avari inverni nordici o abbacinate dal bagliore interminabile delle lunghe giornate di solstizio. una finestra aperta all’esterno attraverso la quale chiunque, passando, potesse ascoltare il suono che fa il mondo quando smette il fragore e il clangore delle inutilità che lo assillano.

Ernst Reijseger  Count till Zen

perché Count Till Zen ha la scellerata bellezza di una musica che si è lasciata indietro le etichette ed un lungo passato di colonialismi culturali, quegli andirivieni per cui gli occidentali vanno ad incontrare l’altro mondo oppure pretendono di imporlo alle provincie dell’impero: Fraanje proviene dall’accademia e dall’improvvisazione di matrice europea, Sylla ha il Senegal nel cuore e l’Africa negli occhi ma vive da quasi trent’anni in Olanda e Reijseger è un flâneur del suono, apolide e capace di tramutare in anarchia qualsivoglia genere o pensiero musicale definito. insieme sanno saltare a piedi pari le direttrici che vogliono regolare l’ineluttabile movimento degli uomini su questa terra e definire quanto e come si possano mescolare le storie che si portano dietro: la loro musica è già altrove, ben oltre il presente ed eppure così urgentemente qui ed ora.

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il loro disco precedente (Down Deep Winter&Winter, 2013) aveva afferrato un’idea salvandola dal precipizio dell’oblio, una possibilità di far confluire in un suono cameristico la contemporaneità delle musiche di un mondo perpetuamente cangiante. quell’idea si è precisata, smagrendo nell’essenziale di questo nuovo lavoro che ha nella leggerezza e nella volubile volatilità di dieci brani il suo fulcro puro e non scalfibile.
il flusso delle loro composizioni ha davvero la naturalezza dello scorrere del tempo, l’avvicendarsi delle stagioni, il ritmo dei nostri giorni: è in questa epifania che ho riconosciuto il senso di quelle parole che da molti anni mi sussurro all’orecchio come a volerne distillare l’essenza.
ecco dunque i canti di stagione, ecco le finestre adornate da cui risuona tante pacificante bellezza. davvero una meraviglia, buon ascolto

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la radio uabab #88

Radio Sonora
la radio uabab #88
lunedì 2 marzo 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 4 marzo ore 17,00)

future brown


Vernacùlo feat. Maluca
Future Brown
Future Brown (WARP, 2015)
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ala.ni

Cherry Blossom
Ala.Ni
Spring (Yse Records/No Format, 2015 EP)
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Melanie-De-Biasio-No-Deal-Remixed-300x300

I’m Gonna Leave You (Clap! Clap! Remix)
Melanie De Biasio
No Deal Remixed (Play It Again Sam, 2015)
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http-::www.transgressiverecords.com:releases:detail:songhoy-blues-music-in-exile
Sekou Oumarou
Songhoy Blues
Music In Exile (Transgressive, 2015)
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Africa Express Presents… Terry Riley’s In C Mali
Africa Express
Africa Express Presents… Terry Riley’s In C Mali (Trasgressive Records, 2014)
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Dave Cloud


I’ll Run The Jack On You

Dave Cloud
Presents…Songs I Will Always Sing (Bloodsuckers, 1999)
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la radio uabab #87

Radio Sonora
la radio uabab #87
lunedì 23 febbraio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 25 febbraio ore 17,00)
podcast

Fetch:Catch THEESatisfaction EarthEE (Sub Pop, 2015)


Fetch/Catch
THEESatisfaction
EarthEE (Sub Pop, 2015)
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BB175 Cover (1)


Hand An Wand
Schneider Kacirek
Shadow Documents (Bureau B, 2015)
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Revisionist-300x300


Unholy Frames (Feat. Origamibiro)
William Ryan Fritch
Revisionist (Lost Tribe Sound, 2015)
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Eric-Chenaux-Skullsplitter-300x300
Have I Lost My Eyes?
Eric Chenaux
Skullsplitter (Constellation, 2015)
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Beatles-vs-Hip-hop-Legends-300x300

Intro (part 2) / Intro (part 1)
Country Grammar – Talib Kweli & Bun B
The Beatles vs. Hip-Hop Legends
An Adventure To Pepperland Through Rhyme & Space (MonkeyBoxing, 2015 free download)
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Schneider Kacirek
Shadows Documents

correva l’anno 2011 ed il disco di Sven Kacirek, costruito in uno studio tedesco a partire da registrazioni ambientali di un precedente viaggio africano, metteva d’accordo molteplici palati musicali e si insediava ai piani alti di molte classifiche stagionali. The Kenya Sessions era (e resta) uno di quei dischi angolari non soltanto per la carriera del solo musicista, ma anche per molta musica successa da lì in poi. Sven Kacirek è insomma uno di quei musicisti da tener d’occhio (mi dissi) e sebbene il seguito discografico solista (Scarlet Pitch Dreams, Pingipung 2012) non aveva convinto assai, parecchi indizi (installazioni e collaborazioni) mantenevano elevato il grado di attenzione nei suoi confronti. eccolo quindi rispuntare neanche troppo a sorpresa in terra tedesca ed in veste collaborativa con un altro manipolatore elettronico nonché paladino del post-rock (in salsa electro-kraut) nazionale: lui è Stephan Schneider, già membro dei Kreidler e terzo vertice del triangolo palindromo chiamato To Rococo Rot formato assieme ai fratelli Robert e Ronald Lippok.
Schneider e Kacirek condividono la comune passione per il Kenya e la sua cultura musicale, passione che li portò nuovamente nel 2011 (con il benestare del Goethe Institute) a registrare un disco di field recordings dell’etnia Mijikenda nel villaggio di Mukunguni (il disco uscì per la Honest Jon’s Records).

Stefan Schneider  Sven Kacirek

il loro nuovo lavoro in duo è pubblicato dall’etichetta di Amburgo Bureau B: vede il patrocinio sempre del Goethe Institut, e pure dell’Unesco, e guarda all’Africa dalla terra germanica senza l’utilizzo di nessun field recordings ma con l’intenzione di riportare le dinamiche, le tessiture e le poliritmie della musica kenyana nell’ambito oramai storicizzato dell’elettronica teutonica (la press release recita “Kenia meets Krautronics” o “African rhythms into dark electronica”: lo dicono loro e quindi ne prendiamo atto).

BB175 Cover (1)

Shadows Documents (Bureau B, 2015) è costruito attorno all’esperienza elettronica ventennale di Schneider unita all’artigianato materico e percussivo di Kacirek: la tessitura reiterativa ed ipnotica delle reciproche scienze crea tappeti stratificati di un suono assai elegante e solo in apparenza oscuro. puntillismo ed approccio organico rendono il disco ricco e per nulla scontato: avventurarsi nell’esplicazione alla domanda che tipo di musica è questa? vedo che mette in difficoltà pure i diretti interessati che si trincerano dietro una serie di definizioni in negativo (non è questo e neppure quello).

la materia del suono, la grafica del disco e la presentazione dell’etichetta fanno davvero pensare alla germanica affidabile seriosità di una casa farmaceutica che presenta un farmaco ad un convegno specializzato: il bugiardino dichiara il principio attivo, la modalità d’uso e la posologia minimizzando su irrilevanti effetti indesiderati o improbabili controindicazioni: eppure dall’ascolto del disco fuoriescono sensazioni spurie, organiche, di quella natura misteriosa ed africana che rappresenta (forse) l’ingrediente segreto che i due hanno saputo infondere nell’alambicco.

consiglio quindi l’assunzione di questo disco in maniera ripetuta e ribadita fregandosene per una volta del noto avvertimento che prevede di leggere attentamente istruzioni e modalità. buon ascolto

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la radio uabab #86

Radio Sonora
la radio uabab #86
lunedì 16 febbraio 2015 ore 17,00
(replica mercoledì 18 febbraio ore 17,00)
podcast

Ibeyi-Ibeyi-300x300


Think Of You
Ibeyi
Ibeyi (XL Recordings, 2015)
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LabField-Bucket-of-Songs-300x300
Ragged Line Reversed
LabField
Bucket Of Songs (Hubro, 2015)
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Éric-la-Casa-Taku-Unami-Parazoan-Mapping-300x261
Parazoan Mapping 7
Éric la Casa & Taku Unami
Parazoan Mapping (Erstwhile Records, 2015)
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Xavier-Charles-12-Clarinets-In-A-Fridge-300x300


10 Clarinets In A Washing-Machine
Xavier Charles
12 Clarinets In A Fridge 
(Unsounds, 2014)
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Pascal-Comelade-Traité-de-guitarres-triolectiques-2015-300x296Green Fuz
Pascal Comelade + Les Limiñanas
Traité de Guitares Triolectiques: à l’Usage des Portugaises Ensablées (Because Music, 2015)
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cover4-300x300Anana Hip
Dolores Vargas / Various Artists
Gipsy Rhumba: The Original Rhythm of Gipsy Rhumba in Spain 1965-1974 (Soul Jazz Records, 2014)
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