io sto con la sposa.

Mi chiedono perché.
Io non sono tra quelli a cui non importa. Mi chiedono perché allora. Perché non voti? Non sai per chi votare? Sempre quello meno peggio, sempre loro? È questo?
Non so per cosa votare, non per chi. Cosa.

Dove è l’entusiasmo? Dove diavolo è finito l’entusiasmo che spinge le azioni, che non riesce a trattenere il dire, il fare, il tentare?
Non voto da diversi anni, mi spingo a dire che raggiungerò presto il decennio.
Ma dov’è l’entusiasmo? Io quello cerco. Che accompagni le mie convinzioni. Entusiasmo.
Cerco idee che odorano di corsa contro i venti, di violini zigani, di urla che ridono forte, di bandiere senza codici che sanno di vestiti di donne in festa.
Ma oggi è arrivata la sposa. Col suo vestito bianco senza bandiera al collo.
E ora io sto con la sposa.

Seguo Gabriele Del Grande da un tempo che si avvicina alla distanza tra me e il mio diritto di voto.
Classe 1982. Ha inventato, aperto, fondato il blog Fortress Europe.
Si è fatto giornalista. E lo è più di tutti i damerini agghindati a voler sapere.
Ha viaggiato e imparato il Medio Oriente, l’Egitto della primavera, è stato in giro in Italia a farsi ascoltare e poi in Siria sotto, dentro la gerra, da dove arrivava sempre molto silenzio.
Invece poi è tornato. E già è stata una buona notizia. E per di più ha portato una sposa!

Non starò qui a spiegare un documentario.
Perché questo documentario deve ancora essere prodotto. E noi siamo quel “basso” che potrebbe riuscirci.
L’obiettivo di Gabriele, Antonio Augugliaro e Khaled Al Nassiry è quello di chiudere il film in tempo per iscriverlo al festival di Venezia di settembre e distribuirlo in sala nel prossimo autunno.
Un grande obiettivo. Per un film manifesto.

E cos’è un manifesto se non il semplice palcoscenico delle nostre idee?
Chiamiamoli valori, colori, credenze. Quelle faccende insomma che ci spingono a dare un’opinione e a farla valere.
E se ci sono partigiani che resistono alle frontiere, che scavalcano, che inventano, che truccano le carte, che disobbediscono, allora io voglio essere staffetta e portare i messaggi piegati in un foglietto sotto le mutande.
Allora io corro e rido e urlo che ancora c’è vita e meraviglia per la vita.
Che ancora c’è voglia di protestare, indignarsi e viaggiare contro, con la creatività, l’invenzione, la ribellione alla sofferenza.
C’è ancora entusiasmo. E stupore.
E voto per questo.
E faccio un segno per questo.
E sarà di questo che voglio vestire la mia libertà di spostarmi, di viaggiare, di superare le frontiere. Di questo vestito da sposa che assomiglia a un matrimonio col futuro ridente.

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Lorenzo Tugnoli, classe 1979. Fotografo.

Le cose succedono per caso. Una massima insoluta, una regola stereotipata, una frase insignificante – senza significato – per passare veloci nel discorso, senza escogitare troppi pensieri per spiegarsi ciò che spesso sembra invece indefinibile, irrazionale, sfuggente.
Come anche Il mondo è piccolo, qualora nella sperduta foresta amazzonica, mentre sul rio si procede lesti su una canoa di sterpaglie, senza essersi informati né promessi per un incontro, si incroci sulle acque il vicino di casa in atteggiamento familiare con gli indios. Ma anche per meno. Per molto molto meno, Il mondo è piccolole cose succedono per caso.


Invece no. Invece affatto. Le cose non succedono per caso e il mondo non è poi così piccolo, accidenti! I gomitoli non si srotolano affaccendandosi a destra e a manca per chiunque. Affatto. Si incontra il vicino di casa laggiù, là in fondo, così lontano, perché il nonno ogni volta che lo si aiutava a potare gli alberi in giardino, quando si era piccoli, ci raccontava dei giganteschi fusti di ebano e delle lunghe liane attorno al Rio delle Amazzoni, ne inventava storie fantastiche con scimmie e coccodrilli; così l’età adulta ha poi regalato qualche soldo e tempo per voler esplorare finalmente una terra della fantasia. Il vicino di casa invece è etnomusicologo e sebbene possa sembrare un uomo sempre solo e rinchiuso in casa, una volta all’anno scappa dalla moglie ingrassata e si concede al mondo e alla sua curiosità. Ci si è incrociati così, per esempio.
Per esempio perché siamo poi tutti “esempi”, esemplari, singole faccende in corsa, robetta da niente che fabbrica roba, splendidi fautori delle proprie certezze.


Nel 1996 frequentavo l’ultimo anno di liceo a una ventina di chilometri da casa. Lontana mille miglia però dai modi, dallo stile, dalla musica, dagli interessi della maggior parte degli studenti della scuola. In un pezzo di vita in cui si cerca di appartenere a qualcosa, mi sembravano tutti troppo eleganti, troppo profumati, troppo identici. Trascorrevo gli intervalli a fumare in bagno al primo piano, senza grande convinzione, né divertimento.
Poi, Lorenzo.
Come l’ho conosciuto, non ricordo. Immagino si sia fatto conoscere. Secondo piano, terzo anno, indirizzo tecnologico, camicia grunge e capelli ricci un pò scompigliati: è stata la mia scala per un anno intero. La campanella suonava – intervallo – e se uscivo dall’aula Lorenzo era lì, seduto sui gradini. Aspettava me? Aspettava sempre quella me che era poco elegante, poco profumata, poco identica. Assomigliavo a qualcosa che gli apparteneva, e viceversa.
Non siamo stati fidanzati (mi si conceda questa parola usata e accogliente in adolescenza, ma priva di consistenza e di qualsivoglia verità), non siamo stati vicini fisicamente, mi chiedo se mai ci siamo abbracciati. Lorenzo era la mia scala.
Alla fine il liceo è finito e la scala è rimasta là per altri che non erano più me. Ci si è persi, così come si perde un francobollo che ci secca tanto ricomprare che la lettera non la spediamo più.


Nel 2011 – qualche mese fa – ho riordinato per l’ennesima volta il garage. Sposta e butta, gettare gettare gettare. Adoro prendere la decisione di cancellare inutilità. No, la vecchia posta no. E nemmeno le fotografie sfocate e impilate a pacchi. Sono tracce umane, calligrafia e sorrisi, non so fare a ucciderle. Conservo. Ci sarà un giorno in cui lettere e pellicola stampata diventeranno rarità da raccontare ai pronipoti. Prima: ai nipoti.
Ho ritrovato così un pacchetto di lettere mai imbustate e mai spedite che Lorenzo aveva scritto per me, durante un intero anno di “scala”. Le ho riposte spolverandole un pò. E ci ho ripensato su.
Un nome. Un nome che dovevo associare a un cognome se volevo tentare di ritrovarlo, di riaverne notizia oggi, nell’era digitale-spaziale-eterica-globale del web.
Accidenti, il cognome. Forse non lo avevo mai saputo. Ho anche chiesto conforto e aiuto a qualche amica che poteva avere un’idea lontana di quella scala. Niente. Per mesi, nessun segno di fenditura nella scorza decisa della non-ricordanza.


Qualche settimana fa mi sono addormentata nel pomeriggio. Non amo concedermelo, spreco tempo, mi sveglio arrabbiata e confusa solitamente. Frettolosamente ho perso coscienza e frettolosamente l’ho ritrovata, per alzarmi e proferire un cognome: Tugnoli.
Quale gigantesco potere sappiamo far nostro tra neurone e neurone! Riuscissero a spiegarcelo, a insegnarcelo a scuola come si fa con l’abc!
Tugnoli. Eppur mi pareva strano, eppur dovevo sbagliare, doveva esser di certo una di quelle invenzioni che fabbrico limando parole e fondendo lettere fra loro.
Ma sono stati allora internet e il suo dominio a confermarmi l’ottima riuscita della magia!

Lorenzo Tugnoli, classe 1979. Fotografo.
L’ho (ri)trovato partendo da qui. E lui è partito invece da Sant’Agata sul Santerno per arrivare a… Kabul. A Kabul? A Kabul, davvero.
Mi son detta allora Gli scrivo due righe, chissà se ricorda, chissà se è davvero la mia scala, chissà, da Kabul è difficile incrociarsi.
Intanto curiosavo.
Lorenzo ha concentrato la sua passione e il suo lavoro su Asia e Medio Oriente, come leggo dal suo curriculum. E nel 2008 ha assistito grandi fotografi come Chien-Chi Chang e Christopher Anderson, in quel tempio che è la MAGNUM di New York.
Ho continuato a curiosare: il suo lavoro è stato pubblicato da The New York Times, Newsweek, Time Magazine, The Guardian, L’Espresso, D Di Donna, Internazionale, Io Donna, Vanity Fair.
E mentre continuavo a sorridere e a pensare a come avesse deciso di scalpellare sul mondo Lorenzo, ecco che una email mi fa sapere che per puro caso sarebbe stato nei paraggi della sua casa “natale” per un paio di giorni, prima di tornare a Kabul.


Una bottiglia di vino bianco, un bell’angolo di Romagna e seduto al tavolo insieme a me la mia scala, Lorenzo, cresciuto affascinante e con una Leica a fargli da compagnia.
Ora non riporterò le chiacchere di una retrouvaille che sono un ricordo mio.
Ma mi piace pensare di poter presentare un giovane fotografo italiano, che ha scelto di fare tentativi e che ora riconosco ancora nella vicinanza di “sensibilità”.
Come mi ha spiegato Lorenzo – e come scrive anche nel suo blog SitoBianco – i fotografi sono come artigiani: Non saremo fotografi sinceri fino a quando non ci renderemo conto che è soltanto un gioco, il gioco delle linee e delle ombre. Poi ci renderemo conto di come qualunque mestiere sia lo stesso, un mezzo per arrivare a qualcosa d’altro, l’essere.
Non “bullarsi” della poesia che si riesce a fabbricare la rende ancor più preziosa e rara.
Perché l’Afghanistan? Tento di sciogliere il nodo di questa domanda usando la percezione che Lorenzo mi ha messo tra le mani (sbaglierò?).
In Afghanistan non perché c’è la guerra. Non è di Lorenzo il bisogno di adrenalina che rende le giornate pericolose e quindi valide. No. Piuttosto è sua l’irrequietezza che ha saputo cogliere Chatwin, la curiosità nei confronti della vita di una vita delle vite, la necessità di viaggiare per conoscere alfabeti differenti, la tendenza a tentare rassomiglianze nei momenti negli scatti nella luce, che lo spingeranno a ricercare aspettare comprendere. Così adesso è l’Afghanistan.


Ho ritrovato un ricordo, ci ho riconosciuto dentro un’idea che adesso cattura istanti in Medio Oriente e riesce perfino a farsi pagare per tutto questo. Lorenzo rideva nell’ammetterlo, rideva di un bel destino che si sta sciogliendo.
Ma queste cose non sono successe per caso. Solo restando vicini al limitare del bosco potremmo trovare un giorno il coraggio di farci una passeggiata dentro. E incontrarci qualcuno, incrociarci qualcosa di interessante. Ad esempio. E siccome poi a Sant’Agata sul Santerno non c’è un bosco – perché il mondo non è piccolo – bisogna allora spostarsi, muoversi, viaggiare.
Si chiama curiosità, si chiama coraggio, si chiama coraggio di essere curiosi e – sì, giochiamo con le parole – curiosità di essere coraggiosi.

Ho sempre pensato ai fotografi come ad artigiani che sanno muovere le dita al momento giusto e con un perché poi da scoprire in un tempo successivo. Artigiani che non possono delegare la propria presenza – è attraverso il proprio esserci che termineranno l’opera: mezzo e fine nello stesso intento, inizio ed esaurimento nello stesso istante.
Lorenzo Tugnoli ha cominciato un mestiere che sa disegnare scorci. A noi lascerà la libertà di meravigliarci. A me quella di ricordarlo quando stava a malapena al principio dei gradini.



Mi permetto infine un collage di parole sue – che Lorenzo ha scritto – e che mi hanno aiutato ad immaginare un giovane fotografo in Afghanistan.

La mia fotografia è partita da un ideale, forse anche dall’attivismo e ora (…) mi rendo conto di quanto sono diverso in quello che cerco. (…) L’arte viene da una fonte diversa dall’ideologia e dalla nostra razionalizzazione di cosa è giusto e cosa è sbagliato. Viene da una relazione mistica con qualcosa di innominabile e altro rispetto all’evolvere degli eventi. (…) Il giornalismo, il racconto dei fatti dell’uomo deve essere filtrato da una razionalità vigile, lucida. Non sono veramente interessato a questo tipo di progetto. E questo rende la mia posizione pericolosa, ambigua, ma anche carica di punti di vista inesplorati soprattutto in questo paese.
(…) Più in là, oltre l’ordine delle forme e delle linee c’è il “gesto”. Uno sguardo, un movimento, un colpo di vento che solleva le tende, una bimba che salta in una pozza di luce proprio al centro dell’inquadratura. Il “click” che rende una buona inquadratura, una foto eccellente.

Quello su cui si è inevitabilmente portati a riflettere è la natura della nostra presenza in Afghanistan. Il motivo ufficiale è che stiamo aiutando a pacificare il paese, portare democrazia e finanziare le operazioni di ricostruzione. (…) E a dire la verità, la maggior parte degli italiani che ho incontrato stanno facendo esattamente questo. Ho incontrato cooperanti competenti che portano avanti progetti di alfabetizzazione ed avviamento al lavoro delle fasce più deboli. Ho incontrato militari che lavorano per costruire scuole e ospedali e medici e infermieri che lavorano ogni giorno per curare gli afgani. Ma lo scopo finale del nostro intervento non è quello di aiutare questo paese ma di servire gli interessi del nostro. Alle volte le due cose combaciano ma non sempre, e spesso questo particolare sfugge nel racconto del nostro intervento in Afghanistan.
(…) E io non sto scrivendo per indicarvi i colpevoli o dare la soluzione del problema, io di lavoro vorrei fare il fotografo, il mio lavoro è vedere, e quello che vedo qui sono le centinaia di dipendenti delle organizzazioni internazionali che guadagnano 20.000 dollari al mese e gli amici al campo profughi che non hanno neanche un telo di plastica per coprire la loro baracca.
(…) E ovviamente noi giornalisti non siamo fuori da questo gioco, gli interventi umanitari sono pane per i nostri denti, e il nostro fotografare i soldati italiani che donano il riso agli afgani è parte dello schema.

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waltzing Matilda with me.

Sono incapace di occuparmi di musica – se così posso chiamare quel gigantesco e infinito universo che l’umanità ha inventato meglio e con più dedizione di quanto non sia riuscita con Dio. Eppure già ho sottolineato quanto io ami profondamente le parole: contenitori di significati e storie, casse acustiche di svariate sfumature che fabbricano concetti, idee, ricordi, immagini. Così mi diverto a sceglierle, come si setaccia dal mucchio la frutta migliore al mercato, come si riconoscono tra le nuvole le forme di mostri che più ci rassomigliano. Quando poi la vita ci offre il dis-umano potere di decidere il nome per un altro essere umano, diventa meraviglioso il cammino che arriva a un gruppo di lettere, che possiedono un certo suono e che si portano sulle spalle un accurato perché. Curioso e splendido il cammino, ma alle volte ancor più singolare e incantevole lo srotolamento, lo sviluppo.
Nel 2001 mia figlia ha cominciato a respirare con addosso il nome di Matilda. Da tempo ero innamorata del caschetto che la giovanissima debuttante Natalie Portman mostrava nel film Léon di Luc Besson. Assomigliava incredibilmente al mio di bambina. E questa fu la ragione di una piccola scelta, questo il colore rosso che mi ha spinto a raccogliere quell’arancia sulla bancarella. Ma poi ho scoperto ben altro di quel frutto, ne ho imparato i segreti, mi sono sorpresa dei misteri. E non mi riferisco a mia figlia – creatura ancor più labirintica – ma di un nome, di una parola: Matilda.

È arrivato così Tom Waits a solleticarmi le orecchie.
Improvviso una traduzione per il solo inizio di Tom Traubert’s Blues, prima traccia di Small Changes (1976).
Rovinato e ferito, non per colpa della luna, ho avuto quello per cui ho pagato. Ci si vede domani, ehy Frank, mi presti
 un paio di dollari per andare (/ballare?) con Matilda, e ci vieni (/ballare?) con Matilda insieme a me? Sono vittima innocente di un vicolo cieco e ne ho abbastanza di tutti questi soldati, nessuno parla inglese, tutto è distrutto e i miei scarponi sono bagnati fradici per andare (/ballare?) via con Matilda, e ci vieni (/ballare?) con Matilda insieme a me? E ora i cani che abbaiano e i taxi che parcheggiano possono darmi una mano di certo. Ti ho pregato di pugnalarmi e tu mi hai fatto uno strappo alla camicia, stasera sono proprio a pezzi, barcollavo strapieno di Old Bushmills e tu hai seppellito il pugnale, il tuo profilo illuminato alla finestra per andare (/ballare? via con Matilda, e ci vieni (/a ballare?) con Matilda insieme a me?
Chi è Matilda? A che serve qui Matilda? Una prostituta? Una donna sotto la guerra? Chi? E waltzing che significa in questo contesto? Ballare? Ballare un valzer? Senza troppa fatica (non mi sento dunque la Lara Croft della situazione), scopro così che questo pezzo che Tom Waits ama molto e che reinserisce anche in Bounced Checks del 1981, si ispira al tradizionale inno australiano Waltzing Matilda. L’infinita lontananza dall’Oceania e la distanza da una cultura che non ha mai scavalcato le barriere della mia ignoranza non mi hanno permesso di imparare che questa canzone folkloristica è ancor più celebre e amata dell’inno nazionale.
Scritta nel 1895 dal poeta e giornalista Banjo Paterson, ha conosciuto svariate trasformazioni melodiche che hanno di fatto allontanato il testo dal ritmo originale. Slim Dusty, cantante folk australiano (1927-2003), è riuscito a riportarne una versione semplice e non troppo distante dallo spirito di composizione.

La storia di questo canto è legata a quella della terra australiana. La traduzione è assai complicata perché molti termini usati vengono dalla lingua parlata stretta e da un sottobosco di modi di dire e figure retoriche poco comprensibili se non australiani. Potrebbe così sembrare a prima vista una semplice e pacchiana canzone folk, senza troppe pretese. Eppure il contesto narrativo (lo swagman – personaggio tipico dei racconti australiani – era il lavoratore “vagante” che girava a piedi prestandosi per lavori alla giornata come tosatore di pecore, aiutante per la raccolta, braccia e gambe su cui contare per la fatica nei pascoli) e il quadro geografico (i billabong sono laghetti isolati formatisi da ciò che resta di un fiume quando si secca o cambia direzione) sono elementi riconosciuti familiarmente dal popolo che conferiscono a questa canzone un’aura “nazionalistica”.
L’espressione “waltzing Matilda”, che si potrebbe tradurre con “ballare con/la Matilda”, ricorda il dondolio continuo della coperta che, arrotolata stretta con una corda, conteneva i pochi averi dello swagman. Matilda è dunque l’appellativo dato al fagotto che veniva appeso sulla schiena e che accompagnava l’errante nella sua marcia alla ricerca di qualche lavoro. Per metonimia, allora, “waltzing Matilda” corrisponde all’invito ad unirsi al cammino: gli swagman invitano spesso i compagni di ventura che incontrano a unirsi nella marcia per rompere la solitudine. Così “come on waltzing matilda with me” – letteralmente “vieni a ballare la Matilda con me”, significa “unisciti a me nel cammino”, semplicemente.

Waltzing Matilda racconta la vicenda di un lavoratore errante che si prepara il tè seduto sulla riva di una piccola laguna. Gli si avvicina una pecora recatasi in prossimità dell’acqua per bere, che lui cattura per mangiarne la carne. Il fattore proprietario del bestiame se ne accorge e chiama tre poliziotti per far arrestare il vagabondo che, pur di non farsi prendere, preferisce buttarsi in acqua e affogare. C’è ancora il fantasma di quell’uomo che canta una canzone che invita i viaggiatori a “ballare il valzer” con lui – ad accompagnarlo cioè nel suo cammino. Una canzone popolare che narra le vicissitudini della povera gente sovente sopraffatta dai ricchi e dalle autorità della giustizia. Divenne talmente popolare in Australia che nel 1977, quando si decise di istituire un referendum per scegliere di sostituire l’inno inglese fino ad allora usato God save the Queen, la classe alto-borghese australiana tremò per il secondo posto che raggiunse nella classifica, battuta a suon di spintoni dall’attuale inno Advance Australia fair, ben poco amato dal popolo. È così che lo swagman è divenuto il simbolo ad esempio dei soldati nel Vietnam e che questa ballata si è trasformata in un lamento di protesta contro i soprusi e la guerra.
Ne ha scritto nel 1971 Eric Bogle, cantata poi da The Pogues e rivisitata da Joan Baez, così:

E via dicendo, tanto per richiamare l’idea di una strada da camminare in compagnia, visto che poi la canzone è stata plasmata, cantata, scritta e riscritta da moltissimi interpreti, di cui non faccio elenco (perché incapace di occuparmi di musica), per tornare invece alla bellezza di una parola: Matilda.
Io – dromomaniaca, amante dell’errare, del viaggio e dei piccoli oggetti pensati come tesoro da portare appresso – ho chiamato mia figlia, senza saperlo,  fagotto. Adoro questi perfetti e incomprensibili ricalchi delle intenzioni.

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vicini di fuoco.

Il mio paese è piccolo. 20.000 – forse qualcuno di meno – abitanti.
Ho tentato di scappare da qui decine di volte in svariate maniere. Poi è successo che è trascorso un tempo giusto. Il mio paese ha continuato ad essere piccolo. E per milioni di ragioni, sempre brutto. Spesso continuo ad allontanarmene. Ma la casa in cui vivo ha cominciato ad essere quella in cui viveva anche la mia nonna e poi mio babbo. L’argine del fiume ha cominciato ad essere un orizzonte. La mia vicina “di fronte” ha cominciato ad essere una vecchina in gamba, come pochi altri. Il tempo giusto che disvela le importanze. Questo è un articolo che ho scritto per un giornalino locale, forse sempre brutto. Probabilmente non interessante. Probabilmente. Ma lo riporto qui, perché faccia parte come tutto il resto di ciò che è la mia vita.

Attorno al fuoco si resta a guardare. A guardare niente. Come se il piacere fosse sempre e solo quello di allenare le pupille a dilatarsi nel seguire le fiamme accendersi, quello di muovere veloci i nervi per restare appresso alle vampate in alte e basse maree, quello di manovrare i ricordi verso un passato tutto nostro, intimo, sereno.
Ricordo di aver interrogato più di una volta il mio professore di scienze attorno ai miei dodici anni, quando la catalogazione in solidi liquidi e gassosi non mi convinceva completamente: allora il fuoco? Il fuoco – rispondeva – è reazione chimica. Se la reazione chimica è una trasformazione della materia, è vero allora che il fuoco fa degli uomini e delle donne che ci restano accanto una piccola società, un vicinato. Ho scoperto il concetto teorico della parola vicinato studiando antropologia culturale per l’università.
Arjun Appadurai, antropologo statunitense di origine indiana, affermava tra le pagine del libro, che “un vicinato è un contesto all’interno del quale si può generare e interpretare un’azione sociale dotata di significato”. Mi è stato così tanto difficile capirne le spiegazioni che dopo poco Appadurai era diventato il nome di una specie di amico invisibile di cui non comprendevo le teorie. Superato l’esame, nella prima giornata di sole utile per il giardinaggio, ho incontrato Claudio – il mio vicino di orto, come mi piace pensarlo – che mi ha invitato al Bar Dollaro per la salsicciata. Il Bar Dollaro a descriverlo diventa per me il casello autostradale per lasciare la Statale Adriatica ed entrare nel paese dalla “parte vecchia”: subito sotto il ponte, subito vicino al Senio, subito lì. Un angolo dalle pareti di vetro, una saletta in fondo, l’argine a confinare, un po’ di prato attorno e moltissima gentilezza. Una banconota da un dollaro incorniciata tra le fotografie di famiglia, dietro al bancone.

Il 27 febbraio è un sabato sera in cui la Romagna tenta di ricordarsi dei Lom a Merz.
Al Bar Dollaro due splendidi signori impacchettati in divise da “cucinatori” inforchettano pancetta e salsiccia come se non avessero fatto altro nella vita. O come se non avessero voluto fare altro. Un ventilatore improvvisato dimentica che l’estate sarà ancora tarda ad arrivare e soffia il fumo dalle braci verso il Senio. L’odore passa per il mio naso. Il fuoco è attore esperto, difende la scena, recita a memoria le battute. E scalda, riscalda.
Un porco di terracotta con un sorriso da salvadanaio per bambini mi dà il suo benvenuto. Poi panino, salsiccia, vino e ciambella.
Sto bene a far parte delle facce al Bar Dollaro. Sorridono.
Ci si siede attorno al fuoco, tutti lì. Sedie di plastica e aria invernale. Un signore non sa di avere in testa un berretto coi colori rastafari – mi chiedo se preso in prestito dal figlio o comperato con consapevolezza – e ne porta in giro anche la faccia serena.
Claudio mi dice che è tutta un’idea di gente che lo fa per piacere, che bisogna fare così altrimenti non si fa più niente. Sua moglie e altre splendide signore servono panini e allegria. Le signore infreddolite invece restano all’interno, dove si chiacchera, dove ci si toglie il cappotto. Passa veloce un’ambulanza con le sirene spiegate. È sempre curioso vedere come tutti ci si giri, si segua con lo sguardo una sfortuna, tutti si faccia fulminei un pensiero. Non posso restare molto. Qualcuno mi aspetta in città. Dico grazie, saluto.
La mattina seguente ritrovo il Bar Dollaro per il caffè del risveglio. Il fuoco è ancora acceso e non si può far altro che guardarlo. La legna deve pur finirsi e in fondo è un tentativo di spalmare via la nebbia della Bassa. Appadurai soffia al mio orecchio.

Ogni occasione, ogni situazione, ogni incontro possono diventare vicinato. Piccoli riti ripetuti come quello del caffè. Una salsicciata attorno a un fuoco. Un invito. Un buongiorno.
La grande capacità che ha l’uomo – il bisogno istintivo in quanto “animale sociale” – è quella di creare situazioni che possano avere un ruolo, anche semplice, di aggregazione e festeggiamento. Aggregarsi perché? Perché non siamo esseri eremiti, ma individui che necessitano dell’altro per riconoscere se stessi. Allora, se in tempi passati le numerose famiglie che vivevano in unici nuclei potevano rappresentare un piccolo mondo che fungeva anche da vicinato, oggi siamo di certo tutti più sparpagliati e lontani e inventiamo bar, fuochi e salsicce per costruirci una casa più “allargata” che ci faccia stare comodi.
Ma poi, per festeggiare cosa? Accidenti, di esserci! Di avere un corpo che vicino al fuoco si scalda, occhi che si incantano a guardarne le fiamme. Di avere bocche che masticano bontà e ne sentono il gusto. Di poter stare sotto le stelle, in un pezzo di erba sorseggiando un bicchiere di vino. Di poter ringraziare e salutare i vicini di festa che ci rammentano così che anche noi ci siamo.

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la promesse. i fratelli Dardenne, 1996.

Amo i fratelli Dardenne.
Ho deciso. Posso dirlo.
Aspetto sempre a dichiarare un amore, un’ammirazione.
Non sia mai che io venga irrimediabilmente delusa proprio un paio di attimi dopo la mia innocente dichiarazione.
Ma ora respiro perché non credo possa più succedere con i miei belgi preferiti.
Ci ho messo qualche tempo a raccattare tutto dei Dardenne. Sono necessari anche gli umori giusti, le correnti a favore e una piccola dimestichezza oramai consolidata nel cercare i film in lingua originale – mia piccola fortuna conoscere il francese sufficientemente da poter davvero comprenderne molte sfumature.
Amo i fratelli Dardenne e ogni loro lavoro portato a termine.
Ne amo l’asciuttezza, il silenzio, la sintesi. Amo la loro infinita attenzione ad essere contro il barocco, il baldacchino, i fiocchi sorprendenti. Amo i finali semplici e veri. L’artigianato sempre messo in campo, l’eredità fatta di esperienza fisica. Amo le vite degli uomini e delle donne che immagino essere stati bambini e avere avuto un passato solcante. Amo quei gesti, quei gesti istintivi e senza ragione che danno sospiro e speranza alle tragedie. Gesti di corpi, gesti di giustezza.
Ho amato La Promesse. L’ho amato immensamente.
Mentre in questo tempo cerchiamo correnti alternative di comprensione umana, mentre le parole intercultura e immigrazione cominciano a soffiare tra le sillabe, mentre ci sorprendiamo per un cinema che finalmente inizia a farci sentir parte di un mondo grande e vasto, nel 1996 i fratelli Dardenne riuscivano a descrivere una normalità acuta e bestiale in un film che racconta di persone con nomi e cognomi, carte d’identità e permessi di soggiorno, clandestinità e immensa fatica.
Non so inventare altro. Non ho altro da inventare, nulla da scrivere. Soltanto e ancora
ho amato La Promesse. Moltissimo. L’ho amata quasi 15 anni in ritardo. Una specie di attesa mantenuta nel tempo, in quel tempo perfetto per apprezzarla in ogni angolo.
Meraviglioso non dover aggiungere altro.


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le fils. i fratelli Dardenne, le pardon.

Qual è il punto di rottura dopo il quale il tempo diventa troppo? Il tempo da molto diventa troppo. Posso ancora credere che per ora sia ancora longtemps? Non sono una bloggettara capace. Non so nemmeno se si dica bloggettara. È molto tempo che non scrivo (qui) eppure non sono abile nemmeno nell’attesa. Ciò per cui sono dotata è la raccolta di segni che mi spingono a fare, a decidere, a compiere. Tempeste di significati: uno scoppierà come un fulmine vicino ai miei piedi e farà si che io non indugi oltre. Un fulmine per cui vale la pena di.
Ecco, Le fils. Ecco. Ma anche Le fils è stato il y a longtemps, molto tempo fa. 2002 esattamente. Esattamente per quel che riguarda la produzione e la distribuzione. Invece un film per cui i fratelli Dardenne già da anni lavoravano tra idee, letture e appunti. E io dov’ero nel 2002? Tentavo di farmi chiamare mamma dal mio fils, dalla mia bambina. Ho recuperato qualche giorno fa. E oggi ne scrivo, a ricominciare una tratta di strada.
« Le film pourrait [...] regarder une famille habitée par le besoin de vengeance et qui retrouverait la vie en brisant le carcan de cet inévitable besoin. Attention au pardon, à l’illusion sur soi-même qu’il sécrète (narcissisme de celui qui pardonne comme s’il pouvait être au-dessus des autres, au-dessus de sa condition humaine). » (17/08/1999)
Il film potrebbe [...] riguardare una famiglia abitata dal bisogno di vendetta e che potrebbe ritrovare la strada spezzando il cappio di questo inevitabile bisogno. Attenzione al perdono, all’illusione che esso stesso tiene in serbo (narcisismo di chi perdona come se potesse essere al di sopra degli altri, al di sopra della sua condizione umana).

Comincia così l’idea per questo film, scoppia così quel fulmine. Dolcemente. Con considerazioni di realismo filosofico che Luc Dardenne ha riportato in un libro, Au dos de nos images, in cui ha lasciato che gli appunti presi prima e dopo il compimento di tutti i lavori col fratello si trascrivessero. Ma la filosofia che Luc Dardenne studiò all’università lascia sempre spazio alla periferia industriale di Liège che i due belgi si portano appresso come bagaglio per cui nulla si deve inventare se non un’estetica fabbricata da parole giuste, soppese, da movimenti funzionali e risparmiosi, da fatica necessaria, da silenzi evidenti ed esistenti.
Luc Dardenne appuntava nel 2000 citando Levinas:
« Le mal n’est pas un principe mystique que l’on peut effacer par un rite, il est une offense que l’homme fait à l’homme. Personne et pas même Dieu ne peut se substituer à la victime. Le monde où le pardon est tout-puissant devient inhumain. »
Il male non è un principio mistico che possiamo cancellare con un rito, è un’offesa che l’uomo fa all’uomo. Nessuno – nemmeno Dio – si può sostituire alla vittima. Il mondo dove il perdono è onnipotente diventa inumano.
Perché ho amato Le fils? Perché i personaggi sono brutti. Brutti fisicamente. Non belli, non pensati belli. Sono spettinati, calvi, pallidi, stanchi. Forse ruttano tra un sospiro e l’altro e puzzano durante le riprese. Sono quello che siamo tutti se non abbiamo corteggiatori dietro la porta e telecamere puntate contro. Siamo quella splendida casa di bruttezza e corpo in abbandono. Perché il lavoro manuale, il lavoro fisico sembra poter diventare maniera di spurgo e allo stesso tempo di insegnamento. Passare un mestiere di mano in mano. Così come di mano in mano Olivier passa un metro da falegname a Francis, quindicenne omicida di suo figlio. Il legno e le sue varianti diventano una meravigliosa metafora delle infinite possibilità di misura e costruzione. Perché i Dardenne riescono a far trapelare l’idea di un perdono possibile solo nel Je ne sais pas, nel Non lo so, nella possibilità vaga e rara, ma umana. Perché il perdono pare divenire allora una cicatrice della pelle che ci si abitua ad avere addosso, che ci si appiccica sullo specchio come ricordo di un dolore incancellabile ma oramai fatto di carne morta.

Olivier: – Tu regrettes ce que t’as fait?
Francis: – Evidement.
Olivier: – Pourquoi évidement?
Francis: – Ben, 5 ans fermé…

Olivier: – Ti dispiace per quello che hai fatto?
Francis: – Certamente.
Olivier: – Perché certamente?
Francis: – Beh, 5 anni rinchiuso…

Quanto è longtemps, quanto poco, quanto troppo?
Quanta la misura giusta e da quale parte?

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a un cerbiatto somiglia il mio amore.
אשה בורחת מבשורה

Un libro.
Un libro da me scelto può restare immobile, appoggiato al comodino per mesi. Può farsi assaggiare per qualche decina di pagine per poi essere riposto nello stesso giaciglio, spolverato periodicamente e guardato ogni mattina. C’è un tempo giusto per ogni libro. Lascio sempre che quell’istante si faccia sentire, come un solletico fastidioso, nello sbatocchiamento sordo di una mancanza, con una telepatia da oggetto inanimato.
Questo libro è capitombolato nella mia vita quando lui stesso ha desiderato. E nel bisogno più preciso e strepitante, a mia insaputa e con mia gigantesca sorpresa. Raramente so dirlo, difficilmente lo penso ma mi riservo il diritto di sospirare e sussurrare, ticchettando più gentilmente queste piccole dita sulla tastiera: capolavoro.
Insigno la parola capolavoro di un significato artigiano e operaio: un’opera ben fatta, che ha tutto il diritto di essere presa ad esempio dal maestro come paragone di elevata fattura e dall’allievo come meta a cui aspirare.
Non racconterò un libro. Non ne spiegherò la trama, non descriverò i personaggi, né tenterò di nominare lo stile dell’autore. Non etichetterò le pagine con un genere. Mai, niente di tutto questo. I libri sono faccende magiche, sono marchingeni che hanno il potere di operare sui nostri organi a seconda del paziente sotto i ferri. Questo capolavoro poi, davvero con decisione. Potrebbe diventare per qualcuno un dermatologo alle prese con problemucci superficiali come nei potenzialmente pericolosi che però ci restituiranno la bellezza. Per altri sarà un cardiologo feroce e schietto che troverà tutti i sintomi di una rara sindrome che ci farà soffrire. Col sorriso ci dirà che esiste una cura, sarà sufficiente cercarla. Per altri ancora un capace medico senza specializzazione che ascolta le lamentele e i dolori come fossero racconti ineluttabili, in silenzio e compostezza seduto di fronte. Perfino il titolo non riesce a “collocarsi”. Una donna in fuga dalla notizia, all’incirca questa la traduzione dall’ebraico. Until the End of the land, sarà in inglese (stranamente non ancora pubblicato). A un cerbiatto somiglia il mio amore. David Grossman, Mondadori. Così in italiano. Nessuna critica sulla scelta della traduttrice, che peraltro è in stretti rapporti di collaborazione con Grossman. Da un verso del Cantico dei Cantici traspare la grande poesia che si respira in questo romanzo.
Io non voglio aggiungere altro. È un capolavoro e io non sono né maestro né allievo.
Consiglio di non aprire l’ultima pagina per sbirciare come va a finire. Non va a finire. Consiglio di lasciarsi dettare il tempo di lettura dallo splendore di questa storia. Consiglio di lasciarne depositare il sapore per imparare che milioni sono le corde che si intrecciano, tanti gli odori, infiniti gli aspetti e i punti di vista che riemergeranno in una lenta digestione.
Già amavo David Grossman per la sua miracolosa capacità di comprensione, di analisi, di attenzione, di grazia. Dopo questo libro ne faccio un piccolo monumento di coraggio.
La mia indole poi spesso mi spinge a domandarmi e a cercare ancora un pò di più. E visto che un libro non si disvela, nè si enuncia, nè si semplifica, ciò che mi rimane da fare è riportare, copiando e incollando come una modesta operaia della carta – o dell’etereo che dir si voglia di questo strumento – una commovente storia vera che David Grossman ha letto in occasione della cerimonia per il conferimento della laurea ad honorem a Firenze, il 27 gennaio 2008:

“Si tratta della vicenda di un gior­nalista ebreo polacco di nome Leib Rochman. Negli anni Trenta del se­colo scorso Rochman scriveva per un giornale in yiddish pubblicato a Varsavia. Dopo lo scoppio della se­conda guerra mondiale fece ritorno alla cittadina nella quale era nato, Minsk Mazowiecki, situata a est di Varsavia, dove si attivò come “assi­stente sociale” tra gli ebrei del ghet­to, facendo meraviglie nel procac­ciare cibo agli affamati. Nel 1942 sposò Ester, anch’ella nativa del luogo, e tre mesi dopo i nazisti ster­minarono la comunità ebraica. Dei seimila ebrei della cittadina ne ri­masero meno di venti. Leib ed Ester, insieme con la so­rella minore di quest’ultima, riusci­rono a mettersi in salvo e a trovare rifugio presso una donna polacca il cui soprannome era “Ciotka”, zia in polacco, un’anziana prostituta cor­diale e piena di vita. (…)
Nel suo salotto Ciotka costruì per Leib ed Ester una parete-nascondiglio, a poca di­stanza da quella originaria. Leib, sua moglie e sua cognata vissero nell’intercapedine tra le due pareti per quasi due anni. A un certo pun­to decisero di portarvi anche Haim, il fratellino minore di Ester, tenuto prigioniero in un campo dei dintor­ni, e consegnarono a Ciotka del de­naro affinché si recasse al campo, corrompesse le guardie, liberasse Haim e lo conducesse da loro. Ciòtka si mise in viaggio ma strada facendo bevve un po’, divenne alle­gra, passò accanto a una fiera, salì su una giostra, si divertì e quando finì di spendere tutto il denaro che aveva con sé tornò a casa senza Haim. Quella notte i tedeschi giustiziarono tutti i prigionieri del campo e anche Haim morì. Quando Leib ed Ester vennero a sapere che Haim non era più in vita decisero di salvare un altro ebreo che, per quanto non fosse loro ami­co stretto, possedeva una vasta cul­tura ebraica e parlava la lingua della Bibbia. Poiché credevano che non fossero quasi rimasti ebrei al mon­do, ritennero indispensabile tenta­re di salvare chi potesse perpetuare lo spirito e la tradizione ebraica. (…)
Rimasero nascosti fino alla fine della guerra, quando poterono usci­re. Leib Rochman era molto malato e debole. I cinque abbandonarono il nascondiglio e si misero in viaggio, senza sapere per dove. (…)
Ovunque andassero la gente li indicava e di­ceva stupita, in tono di scherno: ma come, sono rimasti così tanti ebrei? Una notte trovarono rifugio in un campo di prigionieri vuoto, il cui re­cinto era stato sfondato, e lì trascor­sero la notte. C’erano giacigli e tavo­lacci e su quelli dormirono. La matti­na, al loro risveglio, scoprirono di es­sere nel campo di concentramento di Meidanek, liberato un paio di gior­ni prima dai russi, e di aver dormito sui letti dei prigionieri. Alla luce del giorno gironzolarono peri il campo e all’improvviso videro la Shoah. Non sapevano esattamente che cosa fosse avvenuto negli ultimi due anni e ora vedevano davanti a sé mucchi di cadaveri e i cumuli di cenere di chi era stato bruciato. Non riuscivano a crederci: tutto era lì, sotto i loro occhi, eppure non riuscivano a capacitarsi che fosse succes­so veramente, che una cosa simile fosse stata possibile. A quel punto si imbatterono in un gruppo di uffi­ciali e di guardie del campo cattura­ti dai russi. I soldati dell’Armata Ros­sa accerchiavano i tedeschi che sta­vano seduti al centro, prigionieri. Così, nello stesso giorno, Leib e compagni videro le vittime e i carne­fici. I carnefici in carne ed ossa. Non qualcosa di astratto, un qualche sim­bolo del male. Lì, davanti a loro, era­no gli assassini che avevano messo in atto il piano della “soluzione finale”. Di colpo Leib Rochman non fu più in grado di sopportarlo. Corse verso un soldato russo e gli strappò di ma­no il fucile, con l’intenzione di spa­rare ai tedeschi. Fermo davanti a lo­ro prese la mira, ma non riuscì a pre­mere il grilletto. Quasi impazzì, urlò, odiò se stesso, ma non potè farlo. Allora gridò, in yiddish: Aufstein, Fallen! – In piedi! A terra! I tedeschi, sicuri che stesse per ucciderli, fece­ro ciò che ordinava loro, terrorizza­ti. Scattarono in piedi e si lasciarono cadere a terra, più volte. Leib capì che non sarebbe riuscito ad am­mazzarli. Non sapendo cosa fare buttò via il fucile, si ritirò in dispar­te e scoppiò a piangere, a tossire e per la prima volta sputò sangue. Al­lora scoprì di essere malato di tu­bercolosi. Leib ed Ester Rochman ebbero molte altre vicissitudini, attraversa­rono numerose nazioni e alla fine giunsero nella terra di Israele. Si sta­bilirono a Gerusalemme ed ebbero un figlio e una figlia. Quest’ultima, la poetessa Rivka Miriam Rochman, è una mia cara e buona amica ed è da lei che ho appreso questa storia. Leib Rochman fu giornalista del­l’emittente radio israeliana “Kol Israel” ma per gran parte della sua vita si dedicò alla scrittura. Pubblicò due romanzi e una raccolta di rac­conti che ritengo esempi meravi­gliosi di letteratura innovativa, profonda, che discende negli abissi dell’animo umano. Questa è la sto­ria sua e di sua moglie Ester.”

Altro e ancora oltre, per fare conoscenza di un uomo che potrei chiamare grande:
> L’addio di Grossman al figlio: la nostra famiglia ha perso la guerra.
> Grossman non dà la mano a Olmert. Niente saluto al premier della guerra.
> David Grossman: Israele parli con Hamas.
> David Grossman a Fahrenaheit (Radio3) e Che tempo che fa (RaiTre)
> RaiNews24: David Grossman.


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hvala, Jugoslavia.

Dalle sceneggiature di Wim Wenders ho imparato che il tempo non è altro che vita. Un altro nome che le diamo per tentare di misurarla, contenerla, toccarla, non farci spaventare. Inventiamo i tic tac, i prima, i dopo. Inventiamo i numeri, i battiti, il trascorrere. Da tempi infinitamente antichi. Ci accapigliamo 2009 anni dopo la nascita di un bambino. Ci siamo divertiti a voler misurare un incedere universale e legarlo all’urlo del primo respiro di un uomo rivoluzionario.
Ogni popolo conserva una tradizione simile, ogni popolo deve vivere dopo qualcosa, ogni popolo sceglie un albero, lo segna e da lì misura il suo cammino. Quando una madre perde un figlio, ogni suo pensiero comincia con un prima/dopo quel giorno. Quel giorno in cui la vita svolta, si segna l’albero, l’aria cambia consistenza e si finisce una stagione.
Dopo 3000 chilometri di strade battute da una piccola GPL rossa, mi rimane addosso l’impressione di aver conosciuto una grande madre thakla: la Jugoslavia.
Thakla. Traduzione fonetica nell’alfabeto occidentale per l’aggettivo arabo della lingua letteraria ثكلى (l’occhio deve scorrere da destra verso sinistra), termine che ho imparato nella ricerca vana di una lingua che riempisse un gigantesco buco: madre che perde il figlio. Nessuna lingua occidentale ha mai avuto bisogno di questa parola. A pensarci, mi è sembrato assurdo.
La Jugoslavia. Terra che non posso frantumare. Terra che sembra vincere oltre le differenze dei suoi ospiti. Terra enorme, sempre diversa, che possiede una sola lingua e che pare voler mettersi a ridere delle numerose frontiere e discordanti monete che gli uomini hanno inventato per frapporre distanze.
Credo di aver dunque conosciuto una madre che ha perso i figli, una Jugoslavia ثكلى che ha segnato la corteccia dell’albero e ha cominciato a ricordare tutto ciò che era prima e a guardare tutto ciò che è arrivato dopo. Prima e dopo la guerra.

That fucking war la chiama Vedran mentre cerca due chiacchere in inglese. That fucking war, mentre scagliona ogni piccolo avvenimento e lo colloca in un prima e in un dopo that fucking war. Vedran gestisce oggi un piccolo motel, che non gli appartiene, nella Mostar orientale, vicino al ponte vecchio, vicino ai bar, vicino alla gente. Riesce a servire un caffè splendido, a sorridere con decisione mentre attende che la burocrazia svedese gli permetta di trasferirsi dalla fidanzata, là dove la gente è fredda ma dove c’è lei che dalla Bosnia è andata via molto prima e che adesso è informatica, un genio, e mangia carne continuamente ma ha la vita stretta come quella di una vespa e poi mi aspetta. Accenna: avevo 27 anni. Ho dovuto essere soldato. Un campo di prigionia serbo, per un anno. Non potete immaginare. Continua: non potete immaginare, non voglio raccontare perché non si può comprendere, non si può immaginare. Rispondo: non voglio sapere nulla, perché non posso immaginare.
Ed è così che continuerò a raccontare un viaggio. Sapendo che appoggia su un dopo. La guerra non c’è più. La Jugoslavia del prima neppure. Esiste un dopo che si fa coraggio e avanza e pensa al futuro prossimo.
Non sono voluta essere turista della guerra, non ho voluto ritrovare la sofferenza. I segni di quella fucking war sono ovunque e continuano a ricordare che quella madre soffoca ancora le urla del dolore. Ma ho conosciuto una terra caparbia, verde, tenace. Ho incontrato strade che si fanno largo nei campi ancora minati, ho ammirato signori che vendono miele accanto alle case impallinate da granate e pallottole, pecore al pascolo, donne col velo salutare vecchi sopravvissuti a tutto, ho attraversato paesi fatti di case che emergono con lentezza, senza intonaco senza vernice senza primo piano, ma coi panni stesi ad asciugare, mentre ho riso degli scrosci violenti di pioggia che permettevano agli uomini in giacca e berretto di vendere ombrelli ai turisti.

Un viaggio.
Alfonsine (Italia) —> Lago di Bled (Slovenia)
Mi diverto a immaginare i Romani dividere un impero.Riconosco nella storia le crepe di un oggi che cerca equilibrio. Quello di qua, a sinistra. Quella roba là, a destra. In latino, chiaramente. Penso poi alle guerre mondiali, ai confini – linee rosse decise alle volte a tavolino come per scegliere il ricamo per una tovaglia di lino. Comprendo poi il tentativo di Tito. E mi dico che però la Slovenia è una splendida Austria che slabbra verso sud. Pulita, impeccabile, serena, ordinata e sorridente. Il lago di Bled ha l’acqua blu cobalto, alberi giganteschi, un’isola pittoresca. Un trenino che gira tutt’attorno e che mia figlia ha adorato.

Lago di Bled (Slovenia) —> Rogaška Slatina (Slovenia)
Piove. Piove clamorosamente. Con clamore.
Tragitto breve tra boschi e splendide strade montane per arrivare alle terme e all’hotel mille stelle che ci sta vicino. Sorrido. Prezzi alti e la loro convinzione di primeggiare per sfavillamento. Invece le terme sono smandruppate e semplici, la tela del tavolo da biliardo strappata, in camera d’albergo il televisore ci saluta con caratteri da televideo colorati che ci scaraventano in una risata sincera. Mi travesto da miliardaria con un solo abito buono e fingo di sapere cosa fare, mentre sogno la Bosnia.

Rogaška Slatina (Slovenia) —> Travnik (Bosnia)
passando per Бања Лука-Banja Luka (Bosnia-Erzegovina) e Jajce (Bosnia-Erzegovina)

Le frontiere. Passaggi affascinanti per la loro inequivocabile falsità. Poliziotti che cercano di far trascorrere le giornate. Appiedati che attraversano le linee per pacchetti di sigarette meno costosi. File di automobili che si chiedono se per caso non hanno dimenticato di aver fatto qualcosa di sbagliato. La Bosnia comincia con una frontiera diversa. A Bosanska Gradiška, tutto sembra niente. Gli zingari sanno dove andare, i cinesi sono approdati per installare un negozio, i colori sono più intensi ma immensamente disordinati. E cominciano le strade fatte di case mai finite, ma appena cominciate. E pecore sulla griglia all’esterno di ogni ristorante, che girano e danno il benvenuto. Avevo studiato – non facile comprendere le sfaccettature di storia slava – e sapevo che quella era un poco Serbia. Più precisamente Република Српска (Republika Srpska). È qui che comincia la battaglia tra alfabeto romano e alfabeto cirillico. È da qui che anche l’alfabeto si fa segno di una guerra che è passata, si fa arma per sfregiare. Se tutti i cartelli stradali in Bosnia enunciano il nome di un paese sia in romano che in cirillico, i serbi cancellano il bosniaco (quello romano), i bosniaci cancellano il serbo (il cirillico). Banja Luka è la capitale della Republika Srpska in Bosnia. Città solo intravista. Mi è parsa altera e “controllata”. Perché stia usando certi termini per descrivere un’impressione davvero non saprei spiegarlo. Mi si perdoni la probabile erratezza. Ma sono sapori che si appiccicano addosso, opinabili e sbagliati, corretti solo per essere appunto soggettivi. Piove, diluvia.

Dopo aver intravisto Jajce, la sua cascata, le sue pietre, siamo stati costretti a scappare dagli esseri umani che avevano invaso la zona per un pellegrinaggio religioso verso una Madonna mai incontrata. Migliaia di persone – anche scalze – che credevano di aver bisogno di esserci. Abbiamo lasciato a loro la necessità e il paese e siamo scappati a Travnik dove un piccolo motel con panorama sui camion sfreccianti in strada ci ha accolti.
E finalmente eccola la Bosnia che mi è rimasta nel cuore. Una donna musulmana coperta da un lungo velo nero chiacchera con un vecchio dalle mani stanche. Il muezzin della Moschea Multicolore invoca la preghiera cantando. Voci dolci che fanno crescere gli alfabeti, che insegnano le possibilità e che rompono i confini per approdare oltre l’Europa. Sullo sfondo del paese collina e roccia. E cielo. In cima al monte un antico castello. Un vecchio e il suo gatto ci chiedono moneta, che di resto da dare non ne hanno. Una signora con una tuta dal tessuto più sintetico della plastica ci apre il rudere di pietra chiara. Tutto sembra umanamente lento. Le attese, il ritmo del respiro, i saluti. Poi una buona cena accanto alla casa di Ivo Andrić e una buonanotte.

Travnik (Bosnia) —> Sarajevo (Bosnia)

Eccola. Mentre Micheal Jackson moriva senza sapere più di essere un umano, la capitale bosniaca si mostrava nella incommensurabile bellezza di un miscuglio di genti, linee, parole che stanno cercando un riscatto e il riemergere dopo un’apnea insensata. Ecco il mondo musulmano accanto alle radici ottomane, ecco gli scacchi accanto al bazar, eccoli i turisti infingardi farsi strada tra rumore e mercati. E un fiume. Una piccola stanza nella Bašcarsija in una pansion di un ragazzo musulmano che non parla inglese, ma che sa essere di una gentilezza rara. Il tram numero 3 per perdersi fuori città, nel mercato improvvisato di zingari e fumatori di sigarette economiche. I venditori di ombrelli, felici dei continui piovaschi. Una signora grassa e bionda, padrona di un locale magnifico, che serve lamponi come stuzzichini. Ovunque una stupefacente architettura “mischiata” che chiede a gran voce restauro e che prega di non dimenticare. Perché ovunque anche i segni di un dolore immenso. Rovine e macerie, buchi di pallottola e di granate. Palazzi interamente sventrati accanto a torri di vetro e acciaio sponsorizzate dalla grande economia. Un museo che racconta la guerra nella maniera più sobria possibile. Un museo il cui edificio tiene scoperte le proprie ferite. E anche i cimiteri – sempre. Le tombe troppo pulite per poter essere catalogate come passato. Accanto alle turbe ottomane antiche. Anche i morti possono pensarsi meticci. Nelle mani è stato un libro, che mi ha accompagnato commuovendomi, per tutto il tempo: Qualcuno ha suonato di Izet Sarajlic, poeta bosniaco. Piove.

Sarajevo (Bosnia —> Mostar (Bosnia)

Della Bosnia ho amato le strade. Sempre costeggiano un fiume, sempre lo accompagnano o si fanno accompagnare. Ai margini venditori di espedienti. Ragazzi giovanissimi cercano acquirenti per pomodorini appena raccolti. Oppure miele. Le donne mostrano pelli di mucca, scarpe, pentole di rame. I prezzi sono piccoli e lasciano al passante, quale io sono stata, la sensazione di possedere troppo potere. Mentre si vorrebbe semplicemente seder loro accanto e spendere due parole, magari proprio per imparare un accenno di lingua differente. Così è stata Mostar.
La storia di un paese sta ancora urlando sofferenza. 1994, la data che ogni stele funeraria porta addosso. Al centro un ponte ricostruito che oggi divide un villaggio e ne separa il pianto. A Mostar ho visto tutta la Jugoslavia. A oriente le moschee e le preghiere cantate. La Casa Turca che ospita tartarughe anziane e tranquille. Il venditore di pannocchie bollite che sorrideva senza denti. Le case ancora sventrate. Il centro di riabilitazione. I musicanti gitani cacciati senza un motivo a me comprensibile. A occidente gli abitanti croati e le rive più morbide della matrona Neretva che possono così ospitare ristoranti e caffè. Piove.

—> attorno a Mostar (Bosnia): Blagaj
I dervisci credevano l’acqua elemento che arricchisce lo spirito. Io non danzo arrotolandomi su me stessa, ma preparo una vasca quando ho bisogno di partire da zero.
Tekija è il tempio cinquecentesco in cui i dervisci si isolarono, accanto a una delle sorgenti più ricche e abbondanti d’Europa, quelle del fiume Buna, e conserva ancora un silenzio e una distanza dal rumore che commuove e spinge a muoversi rallentando il cuore. Peccato esistano i pullman-pacchetto-vacanze di gruppi di donne rumene desiderose di fotografare il pelo della trota sguazzante. Mia figlia ha riso del cartello che enumerava i divieti rispettosi del luogo di culto: vietato baciarsi. Immagino i dervisci bisbigliare: vietato farsi vedere…

—> attorno a Mostar (Bosnia): Počitelj
Il sole ci sorprende fra le pietre di questo villaggio arroccato sulla collina. Un bambino vende frutta fresca o essiccata, dentro semplici coni di carta bianca. Un silenzio totale.
Un serpente sul sentiero nella torre in cima a tutto. Una bellissima vecchia ci porta un’insalata e acqua sotto il suo pergolato di vigna. La magia del niente.

—> attorno a Mostar(Bosnia): Cascate di Kravice

Difficili da trovare eppure così gigantesche. Cascate che non sanno se appartenere alla Bosnia o alla Croazia. Cascate che sgorgano e fanno dell’acqua pulviscolo. Sta per piovere. E un motoraduno ci spinge a partire.

Mostar (Bosnia) —> Trebinje (Bosnia)
La strada che ricordo con più sorpresa. In qualche ora, solo tre vacche, cinque pastori e due donne in attesa di un mezzo di trasporto. Ancora questa faccenda di ritrovarsi in una repubblica più serba. Con la perenne consapevolezza di non sapere più le ragioni, qualora possano esistere, che fanno riconoscere le fazioni. Colline più aspre, più secche. Cartelli di Pericolo Mine. Trebinje è una cittadina ordinata. Pare un luogo dove recarsi per le vacanze degli anni Cinquanta. Ma sta per piovere.
Ora alla ricerca disperata di un poco di mare per dimenticare le nuvole.

Trebinje (Bosnia) —> Perast (Montenegro)
Ecco, mi timbrano il passaporto. Etichettano l’auto. Siamo più all’estero dell’estero? Piove. Diluvia. Ma la costa croata a sud di Dubrovnik faceva paura per la rassomiglianza alla riviera romagnola. La voglia di andare oltre ci ha spinti così a Perast, incredibile paese antico e conservato, affacciato ad un golfo montenegrino. Pare finto tanto è vero. Tutto sembra imbalsamato e buio. Poche le luci – è quasi notte al nostro arrivo – le porte nascondono interni di legno e pietra. Il mare soffia come il vento. E sta per piovere.

Perast (Montenegro) —> Dubrovnik (Croazia)

Venezia è bella quando cala la notte. Quando i turisti scappano e i piedi si possono levare le suole per camminare nudi tra le vie senza traffico. Dubrovnik mi ricorda Venezia. Bella, statuaria, impeccabile. Vorrei ritrovarmi qui di notte. Dubrovnik, la perla. Si riparte alla ricerca di un’isola croata lontana, difficile da raggiungere, che richieda fatica e volontà. Per evitare la vacanza, per continuare il viaggio.

Dubrovnik (Croazia) —> Korčula (Croazia)
Isola di Marco Polo, di spiagge cercate e trovate fatte di sassi bianchi e poche persone. Alberi, vitigni e verde. Una mansarda sul mare. Panorama sui marinai che dalle 8 di mattina bevevano birra e scartavetravano dipingevano curavano le barche. Mia figlia ha imparato a tuffarsi in mezzo al mare dove i pesci sprofondano e i sogni di sirene nascono. Il vento ha preso sotto la forte ala il sole e lo ha difeso.

Korčula (Croazia) —> Omis —> Split —> Ancona (Italia)

Regalo un bungalow nuovissimo a una bambina di 7 anni che dovrebbe essere eletta come stagista di Marco Polo. Glielo regalo in un campeggio costoso a due passi dalla spiaggia. Le regalo le reti sopra cui saltare, le altalene, le camminate in solitaria. Le regalo la promessa che poi si parte per Spalato (Split) e con la nave si torna in Italia, a casa. Piove.
Ho imparato voda, acqua. Dobridan, buongiorno. Ho imparato a fatica doviđenja, arrivederci. Ma più di ogni altra parola, ho pronunciato hvala, grazie. E che siano gli alfabeti a descrivere un viaggio. Hvala è grazie in sloveno, in bosniaco, in serbo, in croato. Hvala è grazie anche per me. Hvala Jugoslavia. Penserò spesso ai tuoi figli, a tutti, tutti quanti.

fotografia © alicelucci

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come un uomo sulla terra.

Non esco dal cinema. Perché già sotto le stelle, e perché non è un cinema. Respiro. Mi occorre un tempo di “deposito arrabbiatura e disagio”. Non so parlare. Non riesco a mescolare frasi semplici come Vorrei bere una birra con il mio umore. Una birra diventa piccola stupida troppo lussuosa inezia in rapporto al dolore che mi è appena stato mostrato. Allora respiro. E oggi scrivo.
Giardini Speyer. Davanti alla stazione, a Ravenna. Una distesa di erba, sotto vecchi alberi, accanto ad un palazzo troppo stanco. Qualche decina di sedie improvvisate e infilate per – e grazie a – il Festival delle Culture. Un telo, un proiettore, due casse acustiche. Vicino, il marciapiede per chi cerca i binari e le rotaie, o per chi sceglie una panchina per far incontrare lingue differenti a salutarsi: qualche metro quadrato di mondo, un piccolo appezzamento di africani, badanti rumene e polacche, solitari, vecchi. Per l’occorrenza due vigili urbani. Credo la chiamino “prevenzione”. Che dove ci sono loro, bisogna fare attenzione, bisogna prevenire, di questo vogliono convincere. Spero che a quei due “arruolati” sia rimasto un poco nel respiro, questo film.

COME UN UOMO SULLA TERRA.
Respiro e ripeto: come un uomo sulla terra. Un film-documentario sui migranti africani, “fatto” dai migranti africani. Per gli italiani, i migranti sono i barconi carichi fino al midollo che conquistano Lampedusa, tra un TG e l’altro. Oppure sono quelli che non ce la fanno, allora Beh allora ci spiace, in fondo son uomini ma. Il servizio successivo sarà su Kaka che forse resterà al Milan se ben strattonato per la manica dal nostro Presidente del Consiglio. No, minuscolo: dal nostro presidente del Consiglio. No, correggo: dal presidente del Consiglio. Un film documentario di 60 minuti di storie. Migranti che raccontano. E non Lampedusa. Non il benvenuto in Italia. Non le “sublimi crociere” sul Mediterraneo. Migranti che raccontano i loro nomi e cognomi, che raccontano le ragioni di una terra nativa abbandonata, che raccontano il viaggio che li avvicina alla luce di una possibilità per sopravvivere, la fatica i soldi la paura la violenza la schiavitù le cicatrici il disumano per arrivare in Libia, da dove poi lasciare un continente amato ma martoriato. Che raccontano la Libia e le sue prigioni, che raccontano la Libia finanziata da Italia ed Europa per inventare quelle prigioni, che raccontano cosa sono i container, cosa è un deserto, cosa la sete, cosa l’insensata voglia di morire, cosa la polizia trafficante e cosa i trafficanti polizieschi, cosa la mancanza di sogni.

Facce che guardano. Facce che non sanno se riescono ancora a sorridere. Facce che vivono. Facce che dicono. Persone.
Come un uomo sulla terra, di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer.
Uno splendido e semplice film, premiato e menzionato, finalista anche al Premio David di Donatello, ma non distribuito – perché compriamo gas e petrolio dalla Libia con lo sconto, chi può avere il coraggio di distribuirlo? – che sta riuscendo a srotolarsi sugli spettatori grazie a festival e iniziative private.
Nulla devo aggiungere. Nulla posso aggiungere. Niente sapevo di tutto ciò che ho imparato grazie a questo film. Ciò che è in mio potere è far si che un film sia un’eredità che lascio in giro, per un dopo. Molliche di pane per ritrovare un sentiero che mi appartiene. E tento allora di fare un poco di informazione. Senza TG e senza Kaka. Senza il minuscolo. Dunque questo film, prodotto da Asinitas Onlus, che scopro così e che già amo. In collaborazione con ZaLab.
Infine, ecco il grazie di Dagmawi Yimer – Dag, che è stato migrante, che quell’atroce viaggio ha compiuto, che si è occupato di questo film come per far vibrare le corde vocali, per conservare ancora un’opinione e per dar voce ai muti:

Vi dico una cosa, solo che sono talmente sodisfatto, fiero, fiero personalmente e mi sento un grande sollievo per quanto riguarda il contribuito che ho fatto per quei miei amici che stanno in guai ancora. Sono anche libero (innocente storicamente). Non so se mi avete capito bene. Mi disturbava dentro di me una voce che mi accusa colpevole (guilty) e adesso con tutto il vostro lavoro, la vostra volontà e dedicazione non c’è più quella voce, sono anche libero e innocente come un uomo sulla terra. Per me questa è la giustizia: dare voce a quelli che non hanno il potere. Un abbraccio forte a tutti… dormo… dormo… e certo che mi sveglio di nuovo.
E io dico grazie. Mi chiedo cosa costi l’umanità. Cosa costa aprire occhi e orecchi e capire, e correggere? Costa vergogna. Mi arrabbio così profondamente da non riuscire a trovare vocali e consonanti. Poi guardo questi uomini e queste donne. E allora ricomincio a respirare.

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kata-kumbes. sotto profondità. Palermo.

Di cosa devo scrivere? Di cosa? Cos’era quella maraviglia di cui dovevo scrivere? Eppure. Mi par di ricordare che. Eppure c’era qualcosa di cui dovevo assolutamente scrivere.
Mi sembra di avere in mente perfino le parole esatte già scelte e appese al filo con le mollette. Ma. Cosa? Ho trascorso lunghi momenti bizzarri ostacolati da una memoria labile. Per ragioni tangibili e tanto vere da sbigottirmi. La dottoressa dice Prendi tempo, concediti pazienza e tornerai a ricordare, la memoria si rifarà vivida e non sprecherai più sensazioni innominate. Non impiegherò queste finte pagine per raccontare di come si possano fabbricare dimenticanze. Le impiegherò per scrivere ciò di cui la mia mente andava farneticando. Cos’era quella maraviglia? È questo il titanico potere di carta e penna. Questo l’immenso regalo che sa restituirmi un taccuino da viaggio che ancora ho l’abitudine di infilare nella borsa ogni giorno. Rileggo i miei appunti e ricordo.
Nel novembre del 2007 sono partita in solitaria per Palermo.
Mia abitudine per disabiturami, quella del viaggio in assolo. Scelsi Palermo per l’assoluta mancanza di appiglio: non conoscevo nessuno laggiù, pochissimo sapevo della città, niente mi spingeva a raggiungerla. La direzione doveva essere Sud. Allora fu la Sicilia, e dell’isola fu la Signora. Capitale di contrasto che echeggia di un mondo arabo mescolato alle fogne, di una terra contadina adornata a matrimonio reale. Feroce e fiera. Sanguigna. Più di una volta la testa ha girato, ricordo. Per sorpresa, non per paura. Per esagerazione, per sbrodolamento, per incessante sciabordio. Un pezzo di vitello accettato al mercato del Capo che lasciava scivolare il sangue sulle mie suole. Una dozzina di uomini che in silenzio fermavano una palla per osservare la mia traiettoria. Le strade gonfie di odore – sempre uno, sempre quello, di mandorle bruciate nell’olio di frittura di pesci spada. E poi, le catacombe. Le Catacombe dei Cappuccini. Ecco di cosa volevo scrivere.
A Palermo la periferia si mescola al centro città senza chiedere il permesso. Quartiere Cuba. Pochi turisti. Giornata calda e assolata. Lavorativa. I ragazzini giocano nei pochi prati rovinati. Il cimitero della Chiesa di Santa Maria della Pace ancora vestito a festa per Ognissanti appena trascorso. Una donna urla. Grida un saluto a un vecchio a lei a fianco, che risponde con voce imperiosa e stanca.

Nell’Ottocento le catacombe erano meta preferita dai giovani aristocratici inglesi che fingevano il rischio nel Gran Tour esplorando la giungla europea – fra tutti gli angoli, favorita l’Italia delle reliquie romantiche – per poter tornare in patria col petto gonfio di avventura e onore. La mia strada ci era passata invece perché una simpatica touriste francese a colazione aveva esordito con Ça vaut le coup d’y aller. On a l’impression que c’est pas possible.
Si scende. Scendo. Sola. Muri bianchi. Soffitto basso. Non ricordo chi vidi per primo.
Eccoli. Eccoli tutti. Infiniti, tanti, quanti? La guida dice più di 8000. Non esiste un solo brandello di parete che respiri. Tutto è cadavere. Centinaia si scaffalature fanno dei corridoi una biblioteca di resti umani. Se non ci fosse il soffitto e poi la terra e poi il cielo, andrebbero oltre, ancora di più, al di là dell’oltre. Ovunque, loro.
Barcollo. Capogiro. Perché questa è la morte, vero? Mi siedo, devo sedermi. Non so dove appoggiare un corpo ancora vivo. Ovunque loro. Faccio della mia borsa un velo di distacco e mi ci accascio sopra. Ovunque, loro.

Risalgo allora lo sguardo.
La vecchia ha la testa girata e rimprovera ancora il figlio di non aver sposato la donna giusta. I frati ancora pregano esausti di farlo. Le vergini sono vestite di tutto punto e tentano di tenere gli occhi bassi, mentre invece la sottana chiede interesse. L’uomo dalla bocca immacolata chiede al vicino di tomba un’altra sigaretta. Un rigattiere li ha portati qui. Per secoli. Ne ha fatto mercatino, ne ha fatto incontro. Allora tutto diventa un film.
Li sento sghignazzare. Pare abbiano da ridire sulla mia faccia pallida. Mi alzo e cammino. E scopro un mondo impeccabile. Irreprensibile. Inattaccabile. Dario Argento non ha inventato nulla. Tim Burton diventa un buffone.
Tecniche di imbalsamazione fino a quest’anno misteriose (pare che qualche mese fa un gruppo di studiosi grazie a tecnologie spagnole sia finalmente riuscito a capire) hanno fatto in modo che i corpi che dal ’500 fino ai primi del ’900 sono stati qui lasciati riposare, continuassero a vivere di scheletro e pelle e denti e vestiti e capelli.
Sono ora a dieci centimetri dall’alito deserto di una donna morta urlante. La cuffietta che indossa scricchiola vicino al grido di fatica che le è rimasto tatuato addosso nel trapasso.  Sono bambole vuote. Assenze.
I bambini diventano pupazzi travestiti. Non posso che considerarli grumi di ossa simili ad animali nelle teche di un qualche ridicolo museo. Eppure vite. Tutto gioca ad essere stato vero. Dove sono i pirati, i draghi e i fantasmi? Chi di voi avrà il coraggio di muovere per primo le ossa e impaurirmi d’improvviso?

Ancora sbando. Mi siedo ancora. Controllo il tempo con i polpastrelli. Tu-tum tu-tum tu-tum tu-tum. Ma ancora la pace del niente mi consola. Tutti a dirmi di non lamentarmi. Cuore veloce, certo, ma cuore! Un’apertura, una piccola finestra proprio sopra la baratheca di Rosalia Lombardo – la piccola diva delle catacombe – mi mostra la linea sottile dell’asfalto verso la superficie. Si sente la voce di un televisore. Mi fermo. Ascolto. C’è la pubblicità. E scoppio a ridere: Panthène Time Therapy, per non lasciare invecchiare i nostri capelli.
Adesso ricordo ancora il grottesco ironico pensiero che mi scorreva nelle vene ancora liquide. Non siamo forse anche questo? Un giorno “saremo stati” anche questo. Espressioni, abiti che coprivano corpi, bisbigli, segreti, sogni accartocciati nelle tasche dei pantaloni. I Papi moriranno e finiranno a fare combriccola con gli operai. Le vergini a solleticare l’orecchio dei bambini mai avuti. I cantautori coi baffetti prenderanno a calci i dittatori coi baffetti. Quello che resterà senza sembrare reliquia sarà davvero altro.

Quando sarò uscito da questa porta,
può darsi che anch’io esista solo nella mente di chi mi conosce.

J. D. Salinger, TEDDY, in “Nove racconti”

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